mercoledì 22 novembre 2006

Tu che dici?


La domanda che mi lascia spesso confuso, è:
Ma in questo mondo, sono pazzo io, o sono pazzi gli altri?



Un piccolo Andy Warhol, vive in me

venerdì 17 novembre 2006

Se, una sera in discoteca


Capita, ogni tanto, che anche io vada in discoteca.

La musica è assordante, le luci accecanti, un incantesimo capace di stordirti e assuefarti allo stesso tempo, capace di toglierti il respiro e creare rotanti cerchi intorno alla tua testa. Qualcuno lo chiama sballo, io lo chiamo rottura di coglioni.
Una massa di corpi si muove all'unisono, mentre io, ricoperto di sudore per la maggior parte non mio esco dal branco per sbattermi come un geco stanco contro un muro in cartapesta.

"Tu non ballare?"

La ragazza tedesca che mi sta parlando tiene in mano un bicchiere di plastica con aria maliziosa: non riesco a capire quello che mi dice perchè il mastro dei pupazzi sta incalzando con il beat. Annuisco con aria indecisa, non amo far la figura del fesso.
La mia risposta ambigua sembra stupirla, si avvicina e mi rivolge ancora la parola, come se fossimo vecchi amici del liceo: "Io non sono italiano, io vengo di Germania". Poi, come per rinforzare il proprio patriottismo o forse per ostentare una certa sicurezza che ha duplice fondamento nella padronanza della lingua e nell'identificazione come essere pensante, incalza: "Io essere tedesco".
Il fatto che usi il maschile per definirsi mi lascia per un attimo interdetto, anche se potrei essere io ad aver capito male. Se è un uomo, sono davvero troppo ubriaco. Le rispondo con la classe che mi contraddistingue, cercando di essere ironico ma nello stesso tempo interessante, che "Io invece essere italiano, ma parlare come scemo straniero perchè volere mettere lei a suo agio".
Lei sorride: non ha colto probabilmente la sottigliezza del mio colloquiare, probabilmente ha capito che non riesco a sentire bene il suo profumo, perchè si avvicina e si strofina "innavertitamente" sul mio braccio destro. Odora di gelsomino, anche se non ne sono sicuro, non ho mai avuto grande padronanza nel distinguere gli aromi, e questo non fa di me un serial killer psicopatico.

Il dialogo si dipana poi sul classico "delpiùedelmeno", per poi arrivare al fatidico: hai una sigaretta? Io non fumo, e non voglio mentire. Le do un bacio sulla guancia che significa buonanotte, prendo la mia giacca e con lo sguardo che segue i miei calci mi avvio verso l'uscita: amo immaginare lo sguardo di lei che mi buca la schiena con aria interrogativa.
Non darle spiegazione mi ha tolto dall'imbarazzante posizione di renderle noto che, mentre mi raccontava del suo campeggio sul lago di Como, quando era ancora adolescente, non riuscivo a veder altro che un intreccio di braccia che la avvinghiavano e bocche che la baciavano con la passione di un momento.

Erasmus.

Non sarei stato "quello di questa sera", sarei stato semplicemente l'italiano che non c'è stato. O il gay frocio del cazzo italiano, che non l'ha scopata quella sera che non aveva trovato nulla di meglio.

martedì 14 novembre 2006

Non buttiamoci giù


Io, voi, non vi conosco bene. L'unica cosa che so è che state leggendo questa pagina. Non so se siete felici o no; non so neanche se siete giovani o no. Ma.. cioè, spero che siate giovani e tristi. Se siete vecchi e felici, mi posso immaginare che magari sorridete sotto i baffi leggendo quando dico: mi ha spezzato il cuore. Ricorderete sicuramente qualcuno che vi ha spezzato il cuore, a voi, e penserete: Oh, si, ricordo come ci si sente. Ma non è vero, vecchi gufi contenti. Forse ricorderete di esservi sentiti... diciamo, piacevolmente tristi. Ricorderete di aver ascoltato musica e mangiato cioccolato in camera vostra, o di aver camminato da soli lungo un ponte, imbacuccati in un cappotto sentendovi tristi e coraggiosi. Ma come fate a ricordarvi come ci si sente quando ogni boccone di cibo vi morde nello stomaco? Vi ricordate il sapore di vino rosso che torna su e finisce dentro un water? Vi ricordate quando tutta la notte sognavate che eravate ancora insieme, e la vostra lei vi parla dolcemente e vi tocca, e così ogni mattina vi svegliate e siete costretti a rivivere tutto da capo? Vi ricordate quando vi incidevate le sue iniziali nel braccio, con un coltello da cucina? Vi ricordate quando siete andati troppo vicino all'orlo del binario del metrò?
No? Beh, allora chiudete quel cesso di bocca.
E ficcatevi il sorrisino su per il vostro culo appassito.

Nick Hornby - Non buttiamoci giù

lunedì 6 novembre 2006

Vita da romanziere


Ho iniziato a scrivere un "romanzo". Forse sarebbe meglio definirlo novella, o racconto, però per ora sono ambizioso e punto in alto, a tal riguardo.
Protagonista un personaggio molto simile a me, una vecchia signora, un amico immaginario, e forse un gatto parlante.
C'è posto anche per Wendy di Peter Pan, per alcuni dei miei più intimi amici, e per sentimenti presi a casaccio.
Mi imporrò di scrivere almeno 3 pagine al giorno, altrimenti finisce come le altre cose, che non le porto mai a termine.
Vi terrò informati, fatemi gli auguri!

domenica 29 ottobre 2006

Vampiro


È un po’ che non scrivo nulla. No, non sono morto, anche se forse mi darebbe un tocco di cinismo, affermare senza alcuna ombra di dubbio che probabilmente in parte lo sono. Guardo un film senza voglia, mi vengono in mente diverse frasi scollegate tra loro, ma forse se scavo in fondo al mio inconscio, un senso lo trovo.

Il battaglione, tiene il passo del soldato più lento.

Mi immagino ad una di quelle feste, quelle che si vedono sempre nei film americani: sono un vampiro, un cazzo di vampiro maledetto che si nutre delle emozioni degli altri: la vedo nell’altra stanza, fasciata nel suo vestito rosso, che parla senza voglia con due idioti che sicuramente non hanno meno voglia di me, di scoparsela. Lo sguardo di lei è magnetico, la principessa non ha ancora trovato un principe che la salvi dai due stronzi. Forse le serve un vampiro.

Inutile, come la birra senz’alcool.

Un vampiro non si butta nella mischia, aspetta le sue prede dietro un angolo buio. Due collegiali che non sfigurerebbero sulla copertina di una rivista scandalistica, si baciano appoggiate alla parete. Il sogno americano continua, uno dei due stronzi è andato a prenderle da bere. Non gli basta essere inutile, anche banale. Penso alle raccomandazioni che sua madre di sicuro gli ha fatto, prima che uscisse: non prendere droghe, non bere troppo, torna presto. Saluto con un cenno della testa un’amica d’infanzia, la cui mano termina con la mano del suo di sempre ragazzo. Dovrei invidiare un certo tipo di felicità che sta nella sicurezza della reciprocità, ma questa sera sono un vampiro che ha bisogno soltanto di succhiare emozioni altrui, prima di morire irrimediabilmente di fame.

Avvicino la principessa fasciata in rosso, ignoro lo stronzo che sta proponendo di mostrarle la sua collezione di farfalle. Mio dio, gli stereotipi esistono ancora. La prendo per mano, e la conduco lontano. Lo stronzo alle mie spalle rimane con la bocca semi-aperta, mentre il suo amico ritorna con un bicchiere di troppo, ormai.

Voglio cambiare la mia materia preferita.

Parlo poco alla principessa, mentre si chiede dove mi ha già visto prima. Nella mia mente si alternano le immagini: potrei portarla fuori per un cappuccino, per lasciarla poi col conto da pagare, oppure andare a casa e masturbarmi, pensando a lei. Certo, c’è sempre l’ipotesi che sia talmente fatta da farsi una canna e accettare di venire a letto con me, ma preferisco lasciar fuori quest’ipotesi dalla mia mente: amo le sorprese di questo tipo.

Le matricole non si fanno mai, le overdose: il primo anno si passa sempre per stronzi.

La principessa mi segue in camera, le faccio sentire un paio di dischi, mento dicendole che penso a lei, quando le ascolto da solo. Lei si commuove alle lacrime, mi accarezza una mano seduta, a piedi nudi, sul mio letto. Mi bacia, con le lacrime agli occhi. Le asciugo via, per solidarietà, chiedendomi di che colore possano essere le mutande, sotto un vestito rosso. Ci tengo, a certe cose.

Quand’è l’ultima volta che ho scopato da sobrio?

Mi sveglio. Solo, nel mio letto. Non sono morto, anche se forse mi darebbe un tocco di cinismo, affermare senza alcuna ombra di dubbio che probabilmente in parte lo sono.

domenica 8 ottobre 2006

Audrey


"Audrey Hepburn was the best that we could possibly be. She was perfectly charming and perfectly loving. She was a dream; And she was the dream that you remember when you wake up smiling."
Si, la bellezza ideale esiste. Peccato che appartenga a un'altro tempo.

domenica 1 ottobre 2006

Ma era una serata bellissima


Ripensavo a quel film. Non era nè inverno nè estate, siamo stati - quanto, due ore? - su quelle scomodissime poltrone, che però è il miglior cinema che si potesse offrire. Quel cinema che una volta non era un multisala, dove se volevi andare a vedere l'ultima pellicola americana, dovevi aspettare almeno un paio di settimane.
Quel film non era stato poi un gran bel film, anzi forse siamo stati entrambi delusi, ma sinceramente non ce lo siamo detti: io non volevo deluderti, e tu forse sai mentire meglio di me. Io stavo iniziando un'università che ancora non sapevo quanto mi avrebbe appassionato, tu mi raccontavi dei tuoi corsi, di come funziona e di tutto il resto. Cazzo, mi interessava sul serio.
Prima di passare a prenderti, mi aveva telefonato quel mio amico che forse conosci: ricominciavamo a frequentarci, a quel tempo, e ricordo che ho davvero pensato che gli volevo bene. Che - si dai - io e lui avremmo dovuto vederci più spesso. Si, proprio così pensavo.
Poi eravamo andati. Tu avevi uno sguardo quasi imbronciato, metteva quasi paura, mentre guardavi il protagonista, con la storia che iniziava a prender forma. Per via del buio, pensavo io. Poco prima che iniziasse il film, dimenticavo, mi avevi parlato di lui, di come non sapevi, di come eri indecisa sul da farsi. Che però eri contenta così, tutto filava.
C'era anche una ragazza antipatica, che conoscevi poco: ricordo di averla immediatamente odiata.
Non ricordo se ero innamorato in quel periodo, forse si, sicuramente di una per cui non ne valeva la pena.
Ricordo solo che in quel periodo, eri sempre più bella. E in quella sala buia, con la maglietta azzurra, lo sguardo imbronciato e illuminato dallo schermo, ti avevo sbirciata. Eri come un richiamo alla vita, mi ero confessato. E forse quella sera - si lo ammetto - un po' ti avevo desiderata.
Poi ricordo di averti portata a casa, forse avevo addirittura contato i battiti del mio cuore, mentre percorrevo quella breve strada, fino a casa tua: quel che è certo è che nn avevo sicuro schiacciato, su quell'acceleratore che in altre occasioni non avevo risparmiato.
Il resto, è storia. Non ricordo bene quello che ho pensato, tornando a casa, quella sera. Non ricordo nemmeno come ho sprecato il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Forse è per quello, che proprio oggi ci stavo ripensando, ma allora non potevo saperlo. Una volta a casa avevo bevuto un gocio di birra ghiacciata, e forse avevo anche guardato un pezzo di televisione. Era una serata normale, del resto, come tante.
Ma era una serata bellissima.