lunedì 18 agosto 2008

Rabbia


Rabbia.
Sono due mesi ormai che lo vengo a trovare tutti i giorni, e ancora non mi sono abituato alla sua presenza. Per fortuna presto sarà tutto finito.
Disgusto.
Oggi è l’ultima volta che ci vediamo. Questa notte, alle quattro e quarantacinque minuti esatti, il cocktail di curaro, barbiturici e cloruro di potassio metterà fine alla sua vita, e potrò finalmente cancellare dalla mente ogni immagine che lo riguarda.
Il secondino mi apre la porticina che conduce in una minuscola stanza priva di finestre. Mi fa un cenno di saluto con il capo, con uno sguardo severo: la scena si ripete medesima dal primo giorno, da quando ho accettato di seguire il caso. Sostegno psicologico lo chiamano. Come se queste bestie ne avessero bisogno. Si cerca di recuperare le loro anime in qualche modo: qualcuno richiede un prete, ma spesso mandano un tirocinante in psicologia: costa poco e difficilmente si rifiuta.
Io ho accettato subito, appena ho letto il nome del condannato a morte. John Casey.
Entro nella stanza, la luce è troppo forte, come al solito. John è seduto al centro del locale, su una sedia di legno. Di fronte a lui un vecchio tavolo e una seconda sedia, per me. Mi sorride, con un’espressione stanca e coraggiosa, che mi fa venire il voltastomaco. Ma devo mentire ancora soltanto per poco, non posso tradire le mie emozioni proprio ora.
“Alla fine eccoci qua, è giunto il momento”, mi dice, mentre prendo posto di fronte a lui, e sistemo la mia valigetta sul tavolo. Mi considera un amico. Non sa che sono tutt’altro.

John è stato arrestato tre anni fa, dopo aver ucciso dodici persone durante la sua folle corsa attraverso lo stato. Entrava in una casa, costringeva il padre di famiglia a guardare mentre lui violentava la moglie o la figlia. O entrambe. Se era in una buona giornata, torturava i malcapitati, e poi semplicemente li uccideva. Ha distrutto quattro famiglie, senza mostrare il minimo rimorso. Ho visto decine di volte i video del processo: sorrideva beffardo, mentre il giudice leggeva la sentenza.
Potrebbe essere mio padre, ma si è subito aperto con me, fin da i primi giorni. Ha parlato di disagio, di problemi di droga, di alcolismo, di una moglie che lo avrebbe lasciato. Ha anche pianto qualche volta, dando pugni secchi sul tavolo di legno. Ha scritto lettere a i parenti delle vittime, invocando un perdono che mai avrebbe potuto ottenere.

Allunga una mano sul tavolo, e prende la mia. Io lo guardo con la maschera di interesse che ho costruito in questi mesi, ma una parte di me vorrebbe conficcargli una penna, in quella schifosa mano coperta di sangue.
“Mi sei davvero stato d’aiuto, in questo periodo. So di non essere degno del minimo sentimento da parte di un altro essere umano, dopo quello che ho fatto, ma tu sei la cosa più vicina a un amico che io possa avere”, mi dice, guardandomi negli occhi. Gli rispondo con un sorriso diabolico, scosto la sua mano e apro la mia valigetta.
Non sono un tuo amico, figlio di puttana. Anche se in questi due mesi ho fatto di tutto per diventarlo. Ho finto di interessarmi a te, di capire il tuo dolore. Ho finto addirittura di credere al tuo pentimento. Tutto per arrivare ad essere qui oggi, il giorno che te ne andrai all’inferno.

Tra le dodici vittime di John Casey c’erano anche mia madre, mio padre, e mia sorella. Io ero fuori casa, in quel periodo, per un noiosissimo campo scuola in montagna. Non avevo voglia di andarci, ma mio padre aveva insistito. Ti farà bene, conoscerai gente e respirerai aria buona facendo sport. Mi aveva salvato la vita.
Dai referti della polizia avevo potuto apprendere che il porco ha abusato di mia madre, poi le ha tagliato la gola. Dopo, non contento, è passato a mio sorella, mentre mio padre, legato a una sedia, era costretto ad assistere impotente. Aveva ucciso tutti e tre, poi si era cucinato qualcosa, prima di andarsene con il Suv che mio padre aveva regalato a mia madre per il ventesimo anno di matrimonio.
Quest’uomo ha distrutto la mia famiglia, con la stessa semplicità con la quale si spruzza dell’insetticida su un nido di formiche.
Ho cambiato nome, dopo quei fatti, e mi sono iscritto ai corsi di psicologia. Ho studiato, e mi sono laureato con ottimi voti. Ma questi successi accademici non potevano soffocare il mostro che mi viveva dentro da allora. Non riuscivo a interagire con nessuno: le poche persone che provavano a essermi amiche leggevano il dolore che mi marciva all’interno, e poco a poco mi si allontanavano.
Quest’uomo ha distrutto la mia famiglia, ma non solo. Ha distrutto la mia vita.

Ho pensato a lungo alla vendetta, quando sono riuscito a diventare il suo sostegno psicologico.
Ma come ci si può vendicare di un condannato a morte? Avrei potuto avventarmi su di lui con un coltello, durante i primi giorni: sarei riuscito a nasconderlo facilmente nel doppiofondo della valigetta. Ma gli avrei fatto soltanto un favore, probabilmente.
No, per vendicarmi avrei dovuto colpire il suo cuore. Per questo ho soffocato i miei sentimenti per due mesi, e ho frequentato il mostro che ha sterminato la mia famiglia.
E ne è valsa la pena. Un giorno John ha ammesso di non aver paura di morire, perché lui avrebbe potuto continuare a vivere nello spirito della sua unica figlia. La sua donna, una poco di buono quanto lui, lo aveva lasciato portandosela via, molti anni prima. Ma John, nonostante la tossicodipendenza e la sua carriera di serial killer, aveva seguito da lontano i progressi della sua bambina, che ormai si era fatta donna. Stava finendo l’università in città, e anche se lei non avrebbe mai sospettato chi fosse suo padre, per lui era l’unico legame di umanità, l’unica cosa buona fatta in una vita di insuccessi e violenza. Aveva pianto, il maledetto, mentre mi raccontava queste cose, mostrandomi una fotografia della giovane che portava sempre con se. Mi aveva abbracciato. Avevo sorriso, affondando la testa nelle sue spalle muscolose. Un sorriso malefico, figlio del mostro che lui, senza saperlo, aveva creato in me.

Conoscere Sofia, la figlia di John, non era stato difficile. Avevo finto interesse nei suoi confronti, e dopo un paio di settimane lei mi aveva invitato a salire a casa sua. Aveva gli occhi dolci, un sorriso sincero, un’intelligenza e una cultura invidiabili.
Due giorni fa l’ho invitata per una serata speciale a casa mia. Era entusiasta, poverina.
Mentre le scattavo le foto che voglio mostrare a John oggi, poco prima che il suo cuore cessi di battere, mi sentivo particolarmente eccitato e spaventato contemporaneamente.
Mentre le stampavo, il giorno seguente, mi sentivo anche un po’ in colpa, ma non dovevo lasciare spazio a questo tipo di emozioni.

Ansia.
Gli sorrido, mentre apro la busta di carta dentro la quale ci sono le fotografie.
“Devo mostrarti una cosa, prima che sia troppo tardi, John. Ma prima devo raccontarti una storia. Qualche anno fa, mentre tu ti divertivi a spezzare vite innocenti, c’era un ragazzo con tanti sogni. Sognava di essere felice, di riuscire a entrare nella squadra di calcio del college, un giorno. Sognava l’amore, sognava di poter presentare ai propri genitori la propria ragazza, la sera del ballo, e di poter andare in vacanza sulla costa del sud con la propria sorellina, e fumarsi una canna insieme ridendo sul tetto del garage. Sognava di rendere fiera sua madre, un giorno. Tutti sogni semplici, resi vani però dal massacro di uno psicopatico come te, John”.
La mia voce è calma, forse troppo. John mi guarda con aria interrogativa, balbetta qualcosa, ma io continuo a parlare. Ho poco tempo, prima che il secondino bussi sulla porta per dirmi che il mio tempo è finito.
“Hai distrutto la mia vita, uccidendo le persone a me più care. L’hai fatto senza un motivo, senza pensarci. Ma anche se io quel giorno non sono morto, anche io sono una vittima. La tua tredicesima vittima. Stai tranquillo però, non è tutto. Ho dovuto attendere due mesi, fingendo di interessarmi a te, per questo momento. Sai, esiste una quattordicesima vittima. Eccola”.

Eccitazione.
Nella busta ci sono tre fotografie. Nella prima, io e Sofia siamo abbracciati di fronte all’oceano, al tramonto. Lei è felice, sorride con i capelli scompigliati dal vento. Ha gli occhi semichiusi e una mano di fronte al viso, sfuocata.
John la guarda e comincia a sudare freddo, lo sento.
“Pezzo di merda, cosa hai fatto…”. Non gli faccio finire la frase, e gli metto davanti la seconda foto: Sofia è sdraiata sul letto, vestita soltanto con una maglietta che lascia scoperta la spalla sinistra. Con un braccio cerca di nascondere il viso: di fianco a lei ci sono io, che la bacio sulla fronte.
Nell’ultima foto, che gli faccio scivolare davanti mentre le lacrime cominciano a solcargli il viso, Sofia è sdraiata su un tavolo di legno, legata, completamente nuda. Il suo corpo è violaceo, ricoperto di tagli e contusioni. Gli occhi sono chiusi, gonfi, mentre le labbra sono viola. Il capo è rivoltato indietro, in una posizione innaturale. Tutto intorno al tavolo si allarga una grande chiazza di sangue scuro. John caccia un urlo, e si prende la testa tra le mani
“Vedi, John, ho cercato in qualche modo di provare quello che tu avevi provato, sterminando la mia famiglia. Ma non ci sono riuscito. Ci ho giocato per quaranta minuti circa, con questa troietta, piangeva e urlava, ma non mi ha soddisfatto. Questo è solo il mio primo esperimento, speravo tu potessi insegnarmi qual è il segreto. Puoi, John?”
Ma lui non risponde. Si tiene la testa tra le mani, urla, piange come un bambino a cui è stato proibito di andare al luna park. Faccio sparire le foto all’interno della valigetta, mi alzo e busso alla porta. Il secondino mi apre, e mi chiede cosa stia succedendo.
Ha paura di morire, gli rispondo.

Calma.
John mi vede, tra il pubblico, all’esecuzione. Ha gli occhi gonfi del pianto. Mi urla contro, dice ai suoi boia che io ho ucciso la sua unica figlia. Il delirio di un pazzo, pensano quelli.
Alle cinque e dodici minuti il suo cuore cessa di battere.

Vado al funerale, Sofia ci tiene ad accompagnarmi. Già, Sofia. Per chi mi avete preso? Non avrei mai potuto mettermi al suo livello. È stato sufficiente un botticino di cloroformio, rubato nell’infermeria del carcere, e una buona dose di trucchi per carnevale. Devo dire che il lavoro è venuto bene: Sofia non si è accorta di nulla, a parte il leggero mal di testa il giorno dopo.
Colpa del vino, le ho detto io.
John è morto con la certezza di aver perso l’unica traccia che era riuscito a lasciare al mondo.
Sono felice, dopo molto tempo, per la prima volta.

“È un duro lavoro il tuo, Alex. Non ti invidio proprio”, mi dice lei, tenendomi la mano, mentre la cassa di legno entra nel forno crematorio.

sabato 2 agosto 2008

Freie und Hansestadt Hamburg


Se cammini la sera tardi per le strade della tua città, rivivi sensazioni che probabilmente in fondo a te sai che mai dimenticherai. Di cui difficilmente potrai fare a meno, nei tuoi momenti di debolezza. Riaffiorano i ricordi felici, sopraffatti a volte da quelli che fanno più male: ma che siano belli o brutti, alla fine, li accetti comunque, perchè quando cammini per le strade della tua città, la sera tardi, fa anche un po' bene farsi un po' del male.

Se invece cammini la sera tardi per le strade di una città che non è la tua, magari a centinaia di chilometri da casa, magari in un paese straniero.. Beh le cose cambiano. Ti ritrovi con la testa del tutto altrove a dove avresti potuto immaginare. Rimani con lo sguardo perso nel vuoto per qualche attimo più del previsto, assapori ogni centimetro di questo "nuovo mondo personale" che hai di fronte. Ogni piazza è una scoperta, ogni strada una promessa, ogni locale aperto una nuova avventura. Magari ti appoggi al muretto in pietra antica che confina con il lago, e guardi la skyline di fronte a te, non riuscendo a distinguere ciò che di giorno pareva così chiaro.
Guardi i palazzi, e cominci a capire però anche tu quello che ti raccontava il tuo amico qualche giorno prima: entri nell'ottica dell'abitante del luogo, e puoi addirittura sentirti sicuro di te nell'affermare che questo o quel palazzo sono stati costruiti dopo la guerra, mentre quell'altro è sicuramente precedente.

Insomma, certi pensieri non ti toccano, quando cammini per una città che non è la tua: non è sicuramente perchè le cose fanno meno male, lo sai bene, ma lontano da casa hai la consapevolezza che l'aereo possa ridecollare, magari con qualche pezza, da dove era precipitato tempo prima.

Ti senti un po' parte della città, quando cammini la sera tardi per le sue strade.
Anche se parla una lingua diversa.

giovedì 26 giugno 2008

Paprika!


C’era una volta una bambina allegra e vivace, che viveva soltanto nei sogni altrui. Nessuno sapeva con certezza quando era nata, e chi erano i suoi genitori: alcuni sostenevano che lei esistesse già prima dell’invenzione del telefono, o della luce elettrica, mentre altri erano convinti che lei fosse nata ancor prima della scoperta del fuoco. Ma, alla fine, non era questo l’importante: Paprika (questo era il suo nome), esisteva da sempre, fin da quando c’era memoria, e il suo unico piacere era quello di viaggiare attraverso i sogni della gente triste, per poter regalare loro un piccolo ma preziosissimo momento di gioia.
Se un bambino si addormentava con le lacrime agli occhi, perché voleva semplicemente stare alzato fino a tardi, per finire di vedere il cartone animato preferito, Paprika entrava nel suo sogno profondo, lo prendeva per mano e lo conduceva attraverso una fantastica avventura, piena di animali fantastici, folletti e fate. Se invece Paprika s’insinuava nel sonno di un ragazzo innamorato ma non corrisposto, poteva trasformarsi in una giovane orientale, dagli occhi grandi e profondi: seduti di fronte al tramonto del Taj Mahal, lei gli sussurrava parole dolci all’orecchio destro, accarezzandogli i capelli e tenendogli la mano. Ogni tanto la piccola Paprika amava prendersi cura anche del sonno di qualche dolce nonnino, rimasto ormai solo: gli faceva vivere nuovamente tutte le avventure passate, incontrare amori giovanili, riassaporare momenti ormai sommersi dall’oblio.

C’era una volta un bambino di nome Orfeo. Anche lui non era un bambino come tutti gli altri, anche se non aveva speciali poteri come quelli di Paprika. Orfeo era un bambino solo: preferiva immergersi in un mondo fantastico da lui creato, piuttosto che giocare a palla con gli amichetti nel parco. Sapeva perfettamente a memoria i nomi dei sette regni che componevano Helroch, il suo impero immaginario: lui era il Re assoluto, tutti i sudditi lo amavano e gli erano riconoscenti per la sua grandezza e saggezza. Spesso a scuola veniva deriso e canzonato dai compagni di classe, per il suo bizzarro modo di vestire, ma a lui non importava. Era timido con le bambine: se una ragazza lo guardava negli occhi, lui era costretto da una morsa nello stomaco a tuffare lo sguardo nel quaderno sul quale disegnava piccole vedute di Helroch.
Non era mai stato un grande problema, questo, fino a quando non si era innamorato di Sofia. Sofia era una bambina che frequentava la sua stessa classe, e sedeva pochi banchi più indietro. Orfeo non aveva molti amici, quindi durante l’intervallo spesso se ne stava seduto in classe, appoggiato alla finestra, a guardare fuori. Un giorno Sofia gli si era avvicinata e gli aveva chiesto cosa guardasse. Era bellissima: averla così vicina aumentava la sua temperatura corporea; le parole, già poche solitamente, erano tutte bloccate in fondo al cuore. Sapeva che avrebbe dovuto rispondere qualcosa di intelligente, ma non era uscito nulla. Era rimasto impietrito, a guardare fuori, senza dire nulla. Lei, dopo pochi istanti, se ne era andata, con una impercettibile ma quanto mai significativa alzata di spalle.
Non era riuscito a togliersi quella scena dalla testa per tutto il giorno; dopo non aver toccato quasi nulla per cena, si era messo a letto. Sapeva di dover raggiungere i suoi sudditi a Helroch, ma quella notte, per la prima volta, si era addormentato col pensiero straziante di Sofia che rideva di lui, alle sue spalle, con le altre ragazzine della scuola.
E fu proprio quella notte che conobbe per la prima volta Paprika.

Paprika non riusciva a capire cosa non andasse in quel ragazzino, ma sentiva che era davvero triste. Qualcosa di grosso doveva essergli successo: aveva deciso di entrare nel suo sogno, per mettere le cose a posto e fargli dimenticare le proprie pene, facendogli vivere un’avventura mai vista prima.
Ma con suo grande stupore, appena entrata nel sogno di Orfeo, si era resa conto di che meraviglia ci fosse: nella mente di quel ragazzino esisteva un mondo meraviglioso, abitato da centinaia di personaggi uno diverso dall’altro. Sulla sommità di una collina erbosa si ergeva un enorme castello dalle mura bianche come l’avorio e le porte e finestre erano completamente dorate. Paprika si era avvicinata con cautela all’enorme ponte levatoio, quasi in punta di piedi sull’erba fresca. Due guardie sorridenti erano in piedi, di fronte all’ingresso, ma si erano fatte da parte con un inchino per permetterle di entrare.
Aveva percorso i lunghi corridoi guardandosi attorno con stupore: ma come poteva tutto questo essere frutto della fantasia di un solo bambino? Dopo diversi minuti, era riuscita ad arrivare alla sala principale del castello: il pavimento di marmo bianco era ricoperto da un enorme tappeto rosso, e appese alle colonne e alle pareti vi erano arazzi ricamati d’oro, argento e pietre preziose. Al centro dell’enorme sala, seduto su un trono intarsiato con scene di battaglia e mitologici scontri tra divinità, vi era Orfeo, avvolto in un mantello color porpora e con un’enorme corona rotonda sul capo. Aveva l’espressione triste, lo sguardo basso, e non si era nemmeno accorto della presenza di Paprika al suo cospetto.
“Maestà”, aveva deto lei, mimando un inchino, “Ho percorso centinaia di miglia per venire qui, a parlare con Voi, spero abbiate la cortesia di ricevermi”. Paprika non sapeva bene come comportarsi: solitamente era lei a reggere le fila del gioco, a creare le situazioni in cui ambientare le situazioni giuste per risollevare i cuori feriti dei suoi ospiti. Invece, nella mente di questo ragazzino con lo sguardo triste, tutto era solidamente costruito, nulla poteva essere modificato.
Era rimasta per qualche secondo in silenzio: poi, dato che il Re non rispondeva, aveva urlato: “EHI!!!!”

Orfeo aveva letteralmente sobbalzato sul suo trono: chi era questa buffa e impertinente bambina che si presentava al suo cospetto, in Herloch? Non era sicuramente uno dei suoi sudditi abituali, dato che li conosceva tutti, uno per uno. Non ebbe nemmeno il tempo di riordinare le idee, che lei gli si era avvicinata, gli aveva dato uno schiaffo sulla testa, facendogli calare la corona sugli occhi, e gli aveva urlato: “Sveglia Sire, sveglia!! Il villaggio va a fuoco!!”
E così ebbe inizio il suo rapporto con Paprika: spensero l’incendio al villaggio, grazie all’aiuto della cavalleria reale, ma fu solo l’inizio. Dopo quella prima notte, infatti, ce ne furono molte altre, durante le quali Orfeo e Paprika vissero le avventure più pericolose, affascinati e meravigliose che si possano immaginare: sconfissero draghi, costruirono acquedotti, salvarono la Ninfa che abita il lago e respinsero più volte le armate della pericolosissima Strega Onirika.
Orfeo si sentiva meglio, non solo nei suoi sogni. Giorno dopo giorno, infatti, aveva acquistato, grazie all’aiuto di Paprika, molta sicurezza in se stesso, anche nella vita di tutti i giorni. Era diventato un ragazzo sempre meno timido; aveva addirittura cominciato ad avere amicizie con qualche compagno di classe, e non doveva più voltarsi dall’altra parte quando una ragazzina gli rivolgeva lo sguardo.
Gli anni passavano, e Paprika continuava a frequentare i suoi sogni: era la migliore cosa che potesse accadergli.

Ma come mai Paprika, che raramente frequentava i sogni di qualcuno per più di due o tre volte, si era stabilita ormai da moltissimo tempo in Herloch, con Orfeo? La risposta va ricercata nel fondo del cuore della bambina che viaggia nei sogni della gente: si stava innamorando, per la prima volta nella sua lunghissima vita. All’inizio gli era sembrato buffo, questo piccolo ragazzino con una corona più grande della sua testa: poi, col passare dei giorni, il fascino dell’impero sconfinato creato dall’immaginazione di un comunissimo essere umano le aveva inebriato i sensi, mentre cresceva l’interesse nei confronti di un bambino che si trasformava lentamente in uomo.
I loro giochi si erano fatti sempre più intensi, fino a quando, una notte, si erano baciati sotto la luce delle tre lune che si rincorrono nel cielo di Herloch.
Per la prima volta Paprika aveva sentito quello che le persone chiamano “battito del cuore”.
In poco tempo era diventata la regina del regno di Orfeo, e le cose erano andate bene per diverso tempo. Si sentiva felice, e aveva trascurato i sogni delle altre persone tristi, per godersi questa felicità inattesa, che si interrompeva soltanto quando, al mattino, Orfeo doveva svegliarsi per tornare alla sua vita reale. Tutto sembrava perfetto.
Poi, una notte, tutto era finito.

Erano passati anni, ormai, dal loro primo incontro. Orfeo non era più un ragazzino solo e timido: grazie all’aiuto di Paprika aveva superato molti dei suoi complessi. Adesso, quando una ragazzina gli rivolgeva lo sguardo, non sentiva più il bisogno impellente di scappare, ma rispondeva sicuro con un sorriso deciso. Le compagne di classe avevano smesso di prenderlo in giro, e qualcuna gli aveva addirittura scritto dediche romantiche sul diario.
Orfeo sapeva che tutto questo era merito di Paprika, ma come spesso vanno queste cose, la riconoscenza è un bene assai raro da rilevare.
Non aveva smesso di frequentare Herloch tutte le notti, ma il suo rapporto con Paprika lentamente stava cambiando.
Un giorno, finalmente, era riuscito a trovare il coraggio di invitare fuori Sofia, la sua vecchia compagna di classe, oltre che suo primo vero amore. Sofia aveva accettato, e dopo poco tempo i due si erano fidanzati.
Paprika pianse, lei che mai aveva pianto prima, e per la prima volta desiderò che qualcuno visitasse i suoi sogni, per renderli più belli. Ma lei stessa era sogno, e questo suo desiderio non poteva essere esaudito.
Smise di frequentare i sogni di Orfeo, ma non solo. Da quel giorno in avanti non andò più in visita delle persone tristi, per rallegrarli, ma cominciò a trasformare in incubi i sogni delle persone felici e innamorate. Da sogno, Paprika si era trasformata in incubo: un incubo con il piccolo cuore spezzato.

Per diverso tempo Paprika non aveva avuto notizie di Orfeo.
Una notte che la malinconia si era fatta però troppo forte, aveva deciso di tornare a Herloch.
Il paesaggio era davvero diverso da come lo ricordava: le mura del castello erano diroccate, ricoperte di erbacce e arbusti; il villaggio era abbandonato, i campi erano bruciati.
Non c’era anima viva in giro. Paprika aveva varcato l’ingresso, percorso i corridoi che un tempo erano stati sfarzosi e ricoperti di ricchezze, ma che ora erano devastati dal fuoco e dall’abbandono.
Quando finalmente era giunta alla stanza centrale del castello, con le lacrime agli occhi, si accorse che una piccola figura era seduta sul trono, con il capo appoggiato alle mani.
Si era asciugata gli occhi con un movimento della manina, poi aveva timidamente chiesto chi era.
Era Orfeo. Non era però lo stesso ragazzo sicuro di se e felice che lei ricordava: era tornato a essere quel bambino timido e triste di un tempo, quello che lei aveva conosciuto anni prima.
Orfeo aveva alzato il capo, era saltato giù dal grande trono e le era corso in contro scoppiando in un singhiozzo. Erano rimasti lì, immobili, per delle ore che avevano il sapore di minuti.

Orfeo aveva avuto un incidente, dopo che Sofia lo aveva lasciato. Da due anni era in coma, nel letto di un ospedale, durante i quali aveva vissuto sempre in Herloch, sperando che la sua regina tornasse. Ma lei non si era più fatta viva. Senza Paprika Orfeo non era in grado di governare, ormai: aveva trascurato i suoi sudditi e aveva addirittura permesso alla strega Onirika di conquistare gran parte dei regni. Adesso abitava da solo le fredde mura del castello, che aveva perso il suo antico splendore.
“Rimani con me, Paprika, ricostruiamolo insieme. E questa volta sarà per sempre”, le aveva detto, con le guance rigate dalle prime lacrime che era riuscito a piangere, dopo molto tempo.
“Soltanto se sarà davvero per sempre”.
Poi, si erano baciati. Nel suo letto d’ospedale Orfeo, per una frazione di secondo, aveva sorriso.

lunedì 9 giugno 2008

Doccia breve


Una delle cose che mi piace più fare ultimamente è la doccia al buio.
Con le luci spente, l'acqua calda che ti scorre addosso ha un sapore del tutto diverso, provare per credere. Le mie docce, poi, sono molto cinematografiche, in questa fase.
Testa appoggiata contro il muro, occhi chiusi, lascio che i miei sensi si disattivino uno dopo l'altro. Rimango così per qualche minuto, con la testa sgombra; poi, inevitabilmente, un pensiero si infila e il flusso inizia.

Penso al film che ho visto il giorno prima al cinema, e al tizio seduto dietro di noi che rideva, da solo. Rideva di gusto. L'ultima volta che ero andato solo al cinema non avevo riso, però non mi era dispiaciuto molto. Da soli al cinema fa sfigati, oppure intelettuali di sinistra. Non sono nè l'uno nè l'altro, semplicemente il film faceva schifo a tutti quanti quelli che conoscevo all'epoca, e tant'è. Non mi sono mai fatto di questi problemi, a essere sincero. Penso che avesse una gran colonna sonora, e che un buon film si valuta anche da quanto sono azzeccate le musiche. Penso a quale sia la colonna sonora della mia vita adesso, e non penso che la si possa suonare a una festa. Ma che sia perfetta per essere ascoltata nelle cuffie, a volume medio, camminando da solo in centro, la sera tardi. Non è la colonna sonora che rende la tua vita commedia o tragedia, ma la chiave di lettura che ne dai.

Penso che ha ragione Carrie, che non tutte le storie d'amore sono poemi epici: alcune storie sono racconti brevi, ma questo non le rende meno piene d'amore.

giovedì 29 maggio 2008

Senza titolo





Ciao Monica. Ciao Nico.

lunedì 12 maggio 2008

Fine del mondo


Non c'è tempo, cazzo, levati dalla strada!!

Non gli piaceva essere scortese, di solito, ma adesso quel tizio sdraiato in mezzo alla strada gli aveva veramente fatto perdere la pazienza. Aveva si e no una quarantina di minuti e sapeva che sarebbe stato difficile arrivare a casa di lei in tempo, figuriamoci se su tutta la strada fino in centro avesse incontrato personaggi come quello.
Mise la mano sul clacson, ma il tizio non ne voleva sapere di spostarsi: si era, anzi, limitato a voltare la testa in sua direzione, mostrando un grande sorriso privo di scherno.

Ma che ti urli, cosa te ne frega ormai?

Quando Paolo sentì pronunciare queste parole, capì che nn ci sarebbe stato verso di convincerlo a farsi da parte: fece un piccolo pezzo di retromarcia, poi spinse il piede fino in fondo all'acceleratore, cercando di passare il più possibile vicino al fosso.
L'uomo disteso sull'asfalto riuscì a scansarsi un poco, ma l'auto gli passò comunque su entrambe le gambe: Paolo sentì solo l'urlo di dolore da dentro l'abitacolo, cercando di evitare di guardare nello specchietto retrovisore il risultato del suo atto impulsivo. Ma nn ce la fece: l'uomo si contorceva tenendosi un ginocchio, e urlava frasi incomprensibili verso la sua targa che si allontava a gran velocità.
Beh, durerà poco, pensò, cercando di scacciare il senso di colpa.

Percorse, spingendo non poco sull'acceleratore, il tratto di tangenziale: come aveva previsto non c'era praticamente nessuno in giro: alcune automobili erano parcheggiate malamente ai bordi della carreggiata, in stato di totale abbandono. Sapeva che tra pochi minuti anche lui avrebbe dovuto abbandonare la sua auto e proseguire a piedi: sicuramente in centro era impossibile accedere, ci sarebbe stata gente ovunque.
Il cielo cominciava a scurirsi, lentamente: le nuvole occupavano gran parte del cielo e una pioggia fine cadeva sull'asfalto, rendendolo scivoloso. Guardò l'orologio: maledizione, mancava poco più di mezz'ora. Doveva riuscire a raggiungerla prima che fosse troppo tardi, altrimenti non sarebbe riuscito a parlarle. Se solo si fosse deciso un po' prima...

Arrivato nella zona degli ospedali, si rese conto che le sue previsioni erano nuovamente esatte: una schiera di macchine era ferma, incolonnata come nei giorni di sciopero dei mezzi. La differenza era che ora non c'era nessuno sulle automobili. Abbandonate. Tanto non sarebbero più servite a nessuno. Scese senza spegnere il motore, e cominciò a correre sotto la pioggia verso il sottopasso che portava in centro.
Guardò il cielo: nulla faceva presagire che di li a poco sarebbe caduto il meteorite che avrebbe cancellato l'intera umanità.
Mentre imboccava il tunnel sotterraneo, realizzò che effettivamente era normale che non ci fossero segnali atmosferici dell'imminente tragedia: l'impatto era stato previsto nel centro del Brasile: in Italia non l'avrebbero nemmeno visto, forse. Al telegiornale avevano detto che la popolazione del continente americano sarebbe stata spazzata via immediatamente dall'impatto, mentre il resto del mondo avrebbe semplicemente cessato di esistere nel momento in cui il pianeta si sarebbe spezzato in due, per poi disintegrarsi. Rassicurante. Paolo non sapeva nulla di fisica e di geologia, ma adesso il modo in cui sarebbe morto era l'ultimo dei suoi problemi. Cioè, capiamoci: non avrebbe voluto morire, certo. Però di fronte alla cancellazione dell'intera umanità... Beh, la tua morte sicuramente ti preoccupa un po' di meno, rispetto alla prospettiva di essere l'unico ad andarsene tra il disinteresse generale. L'importante era solo riuscire a raggiungerla, prima che fosse troppo tardi.

Aveva covato dentro le parole giuste da dirle per quasi un anno, e adesso, poco prima che tutto finisse sul serio, voleva che lei sapesse. Romantico no? Dichiararsi all'amore della vita proprio nell'istante prima che un meteorite si porti via non solo lui e i suoi sentimenti, ma anche lei e il suo stupore e altri sei miliardi circa di persone. Per qualche giorno si era sentito patetico, soltanto a pensarci. Aveva rinunciato.
Alcuni suoi amici avevano deciso di aspettare la fine insieme, a casa di un tizio che Paolo conosceva di vista. Grandiso, aveva pensato. Il mondo finisce, e io me ne rimarrò seduto sul divano di un perfetto sconosciuto a bere birra. Sempre meglio però dell'alternativa: andare in chiesa con la famiglia, a pregare per le proprie anime. La madre di Paolo aveva ritrovato la fede sulla via di Damasco, e aveva costretto il marito e Claudia, la sorella più piccola, a partecipare a uno di quei gruppi preghiera che erano stati organizzati per l'occasione. Morire pregando un dio che si permetteva di cancellare in un colpo solo l'intera prole? Naaaa...
Poi, proprio mentre se ne stava seduto sul maledetto divano, aveva guardato fuori dalla finestra, e aveva deciso di andare da lei. Destinazione Torino, in poco meno di un'ora.

Pensava a queste cose, mentre correva tra le macchine abbandonate. Correva con tutta la forza che aveva in corpo, con la pioggia fine che gli graffiava il volto.
Pensava a quando l'aveva conosciuta alla festa di Maurizio: seduti sul divano avevano discusso su quali birre fossero migliori, se le danesi o le italiane.
Pensava a quando l'aveva rivista in aula studio, quella volta che lei gli aveva tenuto il posto e lui le aveva comprato una rosa bianca.
Pensava a quella volta che si erano quasi baciati sotto la statua col cavallo, ma poi un telefonino aveva suonato.
E pensava al film che aveva in testa da quando era partito. Lui che la chiamava per nome. Lei che si voltava, in silenzio. Lui che le metteva una mano sul viso, lei che provava a dire qualcosa e lui che la faceva tacere con un bacio che neanche nel migliore dei film d'amore. Il tutto ovviamente a rallentatore, mentre intorno il mondo cominciava a esplodere.

Arrivò davanti a casa di lei schivando diverse persone, nell'ultimo tratto. Il centro era un vero e proprio casino, c'era anarchia totale, come prevedibile. Il portone era aperto, nel cortile c'erano centinaia di persone che guardavano verso l'alto, incuranti della pioggia. Qualcuno piangeva, qualcuno teneva la propria mano in quella di qualcun'altro.
Mancavano pochissimi minuti allo schianto. Si fece spazio tra la folla, si mise a urlare il suo nome.
Ma non la trovava da nessuna parte. Eppure doveva essere li, lo sapeva. Lei gli aveva detto che avrebbe aspettato la fine in quel cortile, con le sue amiche.
Il telefoninò suonò. Era lei. Rispose

Dove sei?!

La domanda gli uscì come una minaccia, senza aspettare che lei gli dicesse nulla. Aveva il fiatone, i secondi passavano inesorabili, aveva bisogno di vederla, o avrebbe vagato all'inferno per l'eternità con quel peso. Un inferno particolarmente affollato, tra l'altro.

Sentì la risposta proprio mentre la terra cominciava a tremare, la gente a urlare. una fortissima esplosione squarciò il cielo, il palazzo di fronte crollò sommergendo gran parte dei presenti.

A casa tua

Una seconda esplosione, più forte della precedente, fece volare in aria diverse persone sulla strada di fronte, mentre zampilli di lava uscivano dai tombini come acqua dopo un tremendo temporale. La terra tremava come all'interno di un frullatore.

A casa tua. A casa tua. Questa frase gli rimbombò nella testa, per gli ultimi istanti in cui rimase vivo. Un sorriso, sul suo volto. Un sorriso amaro.
Lasciò cadere a terra il telefonino. Poi, il buio

mercoledì 7 maggio 2008

Amica


La mia amica Laura ha coraggio da vendere, lei. Non come me. L'ho vista piangere una sera; seduta (anzi, rannicchiata) sul divano, aveva un fazzoletto di fronte agli occhi lucidi, come se non volesse disturbare nessuno. I singhiozzi silenziosi attiravano la mia attenzione, ma quando lei se ne accorgeva, sorrideva a una battuta proveniente dal film che c'era in televisione. Massima ammirazione.

Poi

Poi si è rimboccata le maniche e ha preso la sua vita in mano. Ha ricominciato a studiare, ridere, vivere. Non ha dimenticato il suo assurdo amore, dopo più di tre mesi, ma l'ha covato nella parte più profonda del suo animo. Non ha disturbato nessuno, non ha imposto la propria sofferenza come un macigno su chiunque la circondi.
Certo, il cuore le rimbomba ancora come un pazzo, e puoi sentirlo davvero, quando passa in quella strada dove lui va a lezione, vorrei ben vedere. E sarà così ancora per molto tempo, lo sa e non ne ha paura. Sa di esserne ancora innamorata, tanto.
Ma poi si siede nel banco in fondo e si butta con tutta se stessa nella realizzazione del suo sogno.

La mia amica Laura mi ha insegnato tante cose, nonostante sia più piccola di me. Mi ha insegnato che nulla accade per caso, che tutto ha un significato. Anche la sofferenza di oggi, un giorno avrà una spiegazione. La mia amica Laura mi ha insegnato che a volte staccare la spina, sedersi e respirare a fondo, serve molto più che insistere a martellare sulla pietra più dura.
Mi ha insegnato che non tutto il male vien per nuocere, e che esseri meravigliosi come noi che vivono quasi esclusivamente con il cuore, alla fine vengono sempre premiati.
Ma, soprattutto, mi ha insegnato a volermi bene.

Quindi grazie, amica.