venerdì 31 ottobre 2008

Un minuto


C'era una coppia di anziani seduti su una panchina poco distante da noi, quel giorno, quando ti ho afferrata per un braccio, ti ho tirata a me, e ti ho baciata. In pieno centro, con la gente che scorreva intorno a noi; immobili con gli occhi chiusi e la mente altrove: come in quella foto famosa di Doisneau.
Lui ci ha guardati per qualche istante, poi ha dato un leggero colpo con il gomito a lei, che stava vagando con gli occhi stanchi, altrove.
Lei si è accorta di noi, ha visto la tua mano muoversi lentamente, indugiare, e raggiungere la mia. Ha sorriso, ha guardato lui che le ha borbottato qualcosa. Poi, dopo un paio di secondi di esitazione, lui le ha messo un braccio intorno alla spalla. Proprio come aveva fatto allora, con molti meno anni dentro il sacco, in un tempo in cui io e te non eravamo neppure ipotesi.
Sessanta secondi, immobili, senza respirare.
Tu hai sorriso, io ti ho detto che sei una pazza. Pazza di te, hai risposto.
Abbiamo ripreso a camminare, lasciandoci alle spalle la coppia alla quale avevamo appena regalato la gioia di un ricordo.
Un ordinario minuto, tra tanti ordinari minuti della vita. Ce ne sarebbero stati molti altri di simili, se non più belli, dopo quello. Ma speciale, per una coppia di anziani torinesi, che in quel minuto ha rivisto cinquant'anni di vita insieme condensati in un unico gesto spontaneo.
A Torino, per le vie del centro, succede anche questo.

domenica 5 ottobre 2008

Non ti amerò


Non ti amerò mai più di quel libro che ho letto al liceo,
aveva un titolo lungo e buffo ma ha condizionato il resto della mia vita.
Non ti amerò mai più del Billy Corgan di Adore,
non ti amerò mai di più della Liv Tyler di "Io ballo da sola",
con quesi suoi vestiti a fiori corti che a volte sogno ancora adesso.
Non ti amerò mai di più di una serata con quei due amici,
quando si parlava di cose stupide come sentimenti calcio e donne;
non ti amerò mai di più della mia ragazza quando avevo 16 anni,
anche se era poi risultata una stronza, non ti amerò mai di più.

Ma ti amerò, perchè lo sento
c'è un pezzo di te in ognuna di queste cose.
Ma ti amerò, perchè lo percepisco
quelle cose le amo perchè appartengono anche a te.

Non ti amerò mai di più dei film di Michel Gondry,
dove il sogno e la vita vera sono fatti della stessa materia.
Non ti amerò mai di più di Andrey Hepburn in "vacanze romane",
dove è un principessa capricciosa, non ti amerò mai di più.
Non ti amerò mai di più del mio viaggio in Inghilterra,
dove ho scoperto che profumo ha, un corpo nudo sopra il mio.
Non ti amerò mai di più del "Bar delle Folies-Bergère" di Manet,
dove tutta la solitudine del mondo è espressa in un solo dipinto.
Non ti amerò mai di più della musica dei Baustelle,
che mi fan tornar bambino, oppure volare via da me.
Non ti amerò mai di più che camminare di notte per Torino,
dove ogni strada via o piazza mi parla e mi consola.
Non ti amerò mai di più del mio computer Mac,
non ti amerò mai di più che la marmellata di fragole fatta in casa.

Ma ti amerò, perchè lo sento
c'è un pezzo di te in ognuna di queste cose.
Ma ti amerò, perchè lo percepisco
quelle cose le amo perchè appartengono anche a te.

Quindi...
Non ti amerò mai di più che far la doccia insieme a te,
non ti amerò mai di più che baciarti tutti i giorni,
non ti amerò mai di più che coccolarti tutte le notti,
non ti amerò mai di più che pensare di vivere per sempre insieme a te.

lunedì 29 settembre 2008

Tarm


Sono tornati i Tre Allegri Ragazzi Morti, simpaticamente abbreviabili in Tarm.
Che se senti solo l'acronimo ti sembrano un prodotto per pulire il legno, però se dici: "Ascolto i Tarm", fa molto più figo, anche se probabilmente il 90% della gente sana non capirà a cosa ti riferisci (probabilmente lo stesso 90% che non capirebbe nemmeno se dicessi "Ascolto i Tre Allegri Ragazzi Morti", ma questo è un altro discorso).
Il pezzo nuovo è un capolavoro letterario, come al solito: il testo è il seguente:

"E giro il mondo, giro il mondo"

ripetuto 63 volte.
Per la serie, sappiamo come irritarvi e lo facciamo.

Ma non è obiettivo primario di questo post osannare la ricchezza lessicale dei bravi musicisti di Pordenone, anzi.
Ascoltando il nuovo singolo su Brand New mi è immediatamente riapparso in mente un aneddoto che riguarda il mio periodo "tardoadolescenziale", legato a un loro concerto di tanti tanti anni fa.
Ai tempi ero a malapena liceale, da poco patentato e ricordo che quella sera suonavano i Tarm, in una località non ben definita poco lontana.
Chi mi conosce, sa perfettamente che, soprattutto in quel periodo, ero assolutamente incapace di gestire qualsivoglia rapporto con le ragazze. Se poi quella ragazza si chiamava Valentina, e chi mi conosce sa chi era Valentina... Beh, un bel casino. Quella sera Valentina andava al concerto. Lei odiava i Tarm. Valentina andava al concerto perchè c'era quel tipo che le piaceva: me l'aveva detto, sfidandomi, perchè sapeva quello che provavo per lei, sebbene io continuassi imperterrito a propormi come amico del cuore.
Ero affranto, ma Laura aveva riacceso in me qualche speranza di superare quel momento. Laura era un'amica che vedevo e sentivo poco, Laura era carina alternativa e svarioncella al punto giusto, ma soprattutto Laura aveva avuto una storia con quel fantomatico ragazzo che Valentina voleva a tutti i costi conquistare al concerto. Inoltre, per rendere il quadro ancora più chiaro, tra me e Laura c'era stato qualcosa, un paio di volte. Intendiamoci: non ci eravamo mai baciati, mai toccati, eccetera... Però eravamo andati a tanto così, c'era stata chimica, capite no?
Comunque, quella sera andai al concerto con Laura. Era nel pieno della sua bellezza tutta particolare, molto punk ma nello stesso tempo acqua e sapone. L'idea di entrambi era quella di far ingelosire i nostri reciproci amori tardoadolescenziali, che vedendoci insieme al concerto sicuramente si sarebbero accorti di quanto ci desideravano e amavano e.

Non andò propriamente così. Un paio di cose andarono storte.
La prima: io mi "innamorai" perdutamente di Laura. Lo so, chi mi conosce sa perfettamente che il mio "innamorarmi perdutamente" ai tempi non significava molto. Però mi ero invaghito di tutta questa storia del piano, di come lei saltellava ascoltando la musica mettendomi un braccio intorno al collo, eccetera. Mi aveva anche dato un bacio sulla bocca, nell'euforia della cosa, ed io avevo per un attimo dimenticato Valentina. Fanculo, mi ero detto. Laura è infinitamente meglio, e mi vuole.
La seconda: il tipo che piaceva a Valentina, che potremmo chiamare bullobello, Valentina non l'aveva calcolata nemmeno per un secondo. Se n'era stato appoggiato al muro per tutto il tempo, guardando con occhi adulti i ragazzini ballare. Era molto più grande di noi tardoadolescenti, e si vedeva lontano un miglio che ci sapeva fare infinitamente di più. Valentina, quindi, dopo le prime quattro canzoni, se n'era andata con un terzo individuo non chiaramente identificato, che avrei poi scoperto mesi dopo essere diventato il suo ragazzo.
La terza: Laura invece era riuscita perfettamente nel suo piano. Mentre io salutavo alcuni amici, lei si era messa a parlare e poi a limonare durissimo con bullobello: mi aveva poi salutato e confidato che sarebbe stato lui ad accompagnarla a casa. Mi aveva baciato sulla guancia, bisbigliandomi nell'orecchio: "grazie Cico, sei unico!". Se n'era andata portandosi via un ennesimo pezzo di me, proprio mentre I Tarm finivano il concerto con "Occhi bassi", uno dei loro pezzi più celebri.
La quarta: ero rimasto solo, avevo deciso di bermi ancora un paio di birre e tornarmene a casa. Mesi dopo avrei poi scoperto che al concerto c'era una ragazza, più piccola e di cui non riporto il nome per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare, che si era invaghita di me e che mi aveva "seguito" per tutta la sera. Io non mi ero ovviamente accorto di nulla, e lei era troppo timida per farsi avanti. Me l'avrebbe detto poi mesi dopo, per l'appunto, di fronte a un caffè in un giorno di pioggia. Ma questa è un'altra storia.

Ai tempi non sapevo che tutte o quasi le mie relazioni amorose in futuro non sarebbero state altro che una versione molto più incasinata di quella.

E giro il mondo e giro il mondo!

venerdì 12 settembre 2008

Cerotti


Per alcune ferite, il cerotto non basta.
L'unica cosa da fare, per farle guarire davvero, è strappare via il cerotto: lasciarle respirare e dare loro il tempo di guarire da sole.

Quindi: Ti voglio bene, pulce, comunque sia andata :)

Stttttraaaaaap!

martedì 2 settembre 2008

Ragazza che non conosco


Ragazza che non conosco, ti scrivo queste poche parole con la speranza che un giorno, chissà dove, ti possano raggiungere. Magari quando sarai un po' triste, seduta con la schiena al muro e la testa appoggiata alle ginocchia; oppure, perchè no, quando sarai al culmine della felicità: le mie parole giungeranno a te per scompigliarti i capelli come una folata di vento d'estate.
Ragazza che non conosco, se mi concentro riesco quasi a vederti, mentre con le tue gambe svelte danzi un ritmo che ti appartiene da sempre, e ti lasci ammirare, in un vestitino leggero che qualche artista del mondo delle fate ti ha disegnato addosso. Balli da sola, con gli occhi chiusi, perchè la musica la puoi sentire solo tu: ma, ragazza che non conosco, ogni tuo passo scandisce una melodia che prende forma nel mio cuore e nella mia mente, intrappolando il mio animo in un dolce vortice senza uscita.
Ragazza che non conosco, ti scrivo perchè ad un certo punto ho pensato di non farcela: dopo molti anni ho incontrato di nuovo quella sensazione di solitudine, una solitudine capace di scavarti dentro una voragine di cui non puoi valutare le dimensioni. Sapevo che era lì, profonda e silenziosa, ma per giorni infiniti mi sono rifiutato di guardarci dentro, spaventato di non saper gestire la sua profondità, una totale Assenza che si trasforma in Presenza inquietante di un qualcosa che non sai spiegare, ma che ti costringe a accucciarti in un angolo come un cane colpevole. Quindi ti scrivo, ragazza che non conosco, perchè quando ho deciso di smetterla di banalizzare il mio cuore, stando ad ascoltare le solite storie e le solite scuse, mi sei venuta in mente tu. Credere nell'impossibile è stata la causa di tutti i miei successi, ma anche di tutti i miei guai, pensandoci bene: qualcuno un giorno mi ha definito un "gambler", e ti assicuro che forse aveva ragione. Ho puntato ogni volta su ogni roulette che mi son trovato davanti, ho giocato anche dove sapevo che probabilmente avrei perso. Perchè, mi chiederai: perchè disprezzavo i luoghi comuni, e non ho mai smesso di credere che quel qualcosa che mi legava a una lei dovesse per forza avere un significato al di là di tutto.
Ragazza che non conosco, ti scrivo e so che forse un giorno risponderai: non sono così disilluso da credere che i sogni non si realizzino mai, anzi: i miracoli a volte sono più frequenti delle tragedie, soltanto che noi non li sappiamo individuare. La mia paura, però, è quella che io possa deluderti, quando finalmente ci saremo incontrati: sono diventato più duro, questo è vero, ma sono scorbutico, un po' orso e la voragine di cui ti parlavo prima ha il brutto vizio di risucchiare anche le persone che mi stanno intorno. Inoltre non ho mai davvero imparato a ballare, e ho il terrore che tu possa annoiarti se ti parlerò soltanto di cinema, di sogni legati a una canzone o di quel libro che tu avresti tanto voluto leggere ma che non hai mai avuto il tempo o la voglia di affrontare.
Forse sono soltanto un mezzo uomo: un eterno bambino in fondo, che ancora rimane a bocca aperta guardando un treno passare, carico di gente anch'essa con le proprie vite che scorrono via, lontane.
Ragazza che non conosco, come potrò piacerti in quei giorni in cui mi assale la malinconia, e soltanto il vedere una foglia che si stacca da un albero mi riempie gli occhi di lacrime per una vita che non ho più, ma che tanto ha significato per me in un tempo che sembra non appartenermi più?
Ma per questo forse ti scrivo, ragazza che conosco. Non credermi quando ti dico che forse preferirei non incontrarti, per paura di deluderti: sono un po' come quelle persone che vogliono credere nei miracoli, ma quando ne hanno uno davanti rinnegano di avervi assistito.
Ci sarà da qualche parte un piccolo bosco, dove potrai insegnarmi a ballare a piedi nudi sull'erba bagnata di rugiada; oppure un fiumiciattolo circondato da massi sui quali potremo sdraiarci e in silenzio ascoltare la musica della natura.
Ragazza che non conosco, io e te ci apparteniamo, anche se dirlo ora così, ad alta voce, sembra quasi violare un segreto millenario. Perchè magari anche tu, ora, ragazza che non conosco, stai guardando fuori dalla finestra, mentre piove leggero e ti sei accesa un'altra sigaretta. Guardi fuori dal vetro appannato, e sogni una mano che ti sfiori leggera, capace di suscitare in te quelle emozioni che non provi più da troppo tempo ormai: pensavi che qualcuno, o qualche scelta sbagliata, avesse ucciso quei sentimenti per sempre, ti eri ormai rassegnata che certe piccole schegge di cielo ormai non ti appartenessero più.
Ma io sono qua, ragazza che non conosco, con il mio bagaglio di fallimenti al quale si accompagna un piccola ma preziosa borsa di sogni e certezze.
Non dire nulla, ragazza che non conosco: guardami soltanto con quegli occhi che non ho mai visto, e il resto verrà da se.
A presto quindi, ragazza che non conosco, oppure "a tra mille anni". Non importa, sai. Perchè so che ci sei, e questo è già una risposta a tutte le domande che, una risposta appunto, ancora non ce l'hanno.

lunedì 18 agosto 2008

Rabbia


Rabbia.
Sono due mesi ormai che lo vengo a trovare tutti i giorni, e ancora non mi sono abituato alla sua presenza. Per fortuna presto sarà tutto finito.
Disgusto.
Oggi è l’ultima volta che ci vediamo. Questa notte, alle quattro e quarantacinque minuti esatti, il cocktail di curaro, barbiturici e cloruro di potassio metterà fine alla sua vita, e potrò finalmente cancellare dalla mente ogni immagine che lo riguarda.
Il secondino mi apre la porticina che conduce in una minuscola stanza priva di finestre. Mi fa un cenno di saluto con il capo, con uno sguardo severo: la scena si ripete medesima dal primo giorno, da quando ho accettato di seguire il caso. Sostegno psicologico lo chiamano. Come se queste bestie ne avessero bisogno. Si cerca di recuperare le loro anime in qualche modo: qualcuno richiede un prete, ma spesso mandano un tirocinante in psicologia: costa poco e difficilmente si rifiuta.
Io ho accettato subito, appena ho letto il nome del condannato a morte. John Casey.
Entro nella stanza, la luce è troppo forte, come al solito. John è seduto al centro del locale, su una sedia di legno. Di fronte a lui un vecchio tavolo e una seconda sedia, per me. Mi sorride, con un’espressione stanca e coraggiosa, che mi fa venire il voltastomaco. Ma devo mentire ancora soltanto per poco, non posso tradire le mie emozioni proprio ora.
“Alla fine eccoci qua, è giunto il momento”, mi dice, mentre prendo posto di fronte a lui, e sistemo la mia valigetta sul tavolo. Mi considera un amico. Non sa che sono tutt’altro.

John è stato arrestato tre anni fa, dopo aver ucciso dodici persone durante la sua folle corsa attraverso lo stato. Entrava in una casa, costringeva il padre di famiglia a guardare mentre lui violentava la moglie o la figlia. O entrambe. Se era in una buona giornata, torturava i malcapitati, e poi semplicemente li uccideva. Ha distrutto quattro famiglie, senza mostrare il minimo rimorso. Ho visto decine di volte i video del processo: sorrideva beffardo, mentre il giudice leggeva la sentenza.
Potrebbe essere mio padre, ma si è subito aperto con me, fin da i primi giorni. Ha parlato di disagio, di problemi di droga, di alcolismo, di una moglie che lo avrebbe lasciato. Ha anche pianto qualche volta, dando pugni secchi sul tavolo di legno. Ha scritto lettere a i parenti delle vittime, invocando un perdono che mai avrebbe potuto ottenere.

Allunga una mano sul tavolo, e prende la mia. Io lo guardo con la maschera di interesse che ho costruito in questi mesi, ma una parte di me vorrebbe conficcargli una penna, in quella schifosa mano coperta di sangue.
“Mi sei davvero stato d’aiuto, in questo periodo. So di non essere degno del minimo sentimento da parte di un altro essere umano, dopo quello che ho fatto, ma tu sei la cosa più vicina a un amico che io possa avere”, mi dice, guardandomi negli occhi. Gli rispondo con un sorriso diabolico, scosto la sua mano e apro la mia valigetta.
Non sono un tuo amico, figlio di puttana. Anche se in questi due mesi ho fatto di tutto per diventarlo. Ho finto di interessarmi a te, di capire il tuo dolore. Ho finto addirittura di credere al tuo pentimento. Tutto per arrivare ad essere qui oggi, il giorno che te ne andrai all’inferno.

Tra le dodici vittime di John Casey c’erano anche mia madre, mio padre, e mia sorella. Io ero fuori casa, in quel periodo, per un noiosissimo campo scuola in montagna. Non avevo voglia di andarci, ma mio padre aveva insistito. Ti farà bene, conoscerai gente e respirerai aria buona facendo sport. Mi aveva salvato la vita.
Dai referti della polizia avevo potuto apprendere che il porco ha abusato di mia madre, poi le ha tagliato la gola. Dopo, non contento, è passato a mio sorella, mentre mio padre, legato a una sedia, era costretto ad assistere impotente. Aveva ucciso tutti e tre, poi si era cucinato qualcosa, prima di andarsene con il Suv che mio padre aveva regalato a mia madre per il ventesimo anno di matrimonio.
Quest’uomo ha distrutto la mia famiglia, con la stessa semplicità con la quale si spruzza dell’insetticida su un nido di formiche.
Ho cambiato nome, dopo quei fatti, e mi sono iscritto ai corsi di psicologia. Ho studiato, e mi sono laureato con ottimi voti. Ma questi successi accademici non potevano soffocare il mostro che mi viveva dentro da allora. Non riuscivo a interagire con nessuno: le poche persone che provavano a essermi amiche leggevano il dolore che mi marciva all’interno, e poco a poco mi si allontanavano.
Quest’uomo ha distrutto la mia famiglia, ma non solo. Ha distrutto la mia vita.

Ho pensato a lungo alla vendetta, quando sono riuscito a diventare il suo sostegno psicologico.
Ma come ci si può vendicare di un condannato a morte? Avrei potuto avventarmi su di lui con un coltello, durante i primi giorni: sarei riuscito a nasconderlo facilmente nel doppiofondo della valigetta. Ma gli avrei fatto soltanto un favore, probabilmente.
No, per vendicarmi avrei dovuto colpire il suo cuore. Per questo ho soffocato i miei sentimenti per due mesi, e ho frequentato il mostro che ha sterminato la mia famiglia.
E ne è valsa la pena. Un giorno John ha ammesso di non aver paura di morire, perché lui avrebbe potuto continuare a vivere nello spirito della sua unica figlia. La sua donna, una poco di buono quanto lui, lo aveva lasciato portandosela via, molti anni prima. Ma John, nonostante la tossicodipendenza e la sua carriera di serial killer, aveva seguito da lontano i progressi della sua bambina, che ormai si era fatta donna. Stava finendo l’università in città, e anche se lei non avrebbe mai sospettato chi fosse suo padre, per lui era l’unico legame di umanità, l’unica cosa buona fatta in una vita di insuccessi e violenza. Aveva pianto, il maledetto, mentre mi raccontava queste cose, mostrandomi una fotografia della giovane che portava sempre con se. Mi aveva abbracciato. Avevo sorriso, affondando la testa nelle sue spalle muscolose. Un sorriso malefico, figlio del mostro che lui, senza saperlo, aveva creato in me.

Conoscere Sofia, la figlia di John, non era stato difficile. Avevo finto interesse nei suoi confronti, e dopo un paio di settimane lei mi aveva invitato a salire a casa sua. Aveva gli occhi dolci, un sorriso sincero, un’intelligenza e una cultura invidiabili.
Due giorni fa l’ho invitata per una serata speciale a casa mia. Era entusiasta, poverina.
Mentre le scattavo le foto che voglio mostrare a John oggi, poco prima che il suo cuore cessi di battere, mi sentivo particolarmente eccitato e spaventato contemporaneamente.
Mentre le stampavo, il giorno seguente, mi sentivo anche un po’ in colpa, ma non dovevo lasciare spazio a questo tipo di emozioni.

Ansia.
Gli sorrido, mentre apro la busta di carta dentro la quale ci sono le fotografie.
“Devo mostrarti una cosa, prima che sia troppo tardi, John. Ma prima devo raccontarti una storia. Qualche anno fa, mentre tu ti divertivi a spezzare vite innocenti, c’era un ragazzo con tanti sogni. Sognava di essere felice, di riuscire a entrare nella squadra di calcio del college, un giorno. Sognava l’amore, sognava di poter presentare ai propri genitori la propria ragazza, la sera del ballo, e di poter andare in vacanza sulla costa del sud con la propria sorellina, e fumarsi una canna insieme ridendo sul tetto del garage. Sognava di rendere fiera sua madre, un giorno. Tutti sogni semplici, resi vani però dal massacro di uno psicopatico come te, John”.
La mia voce è calma, forse troppo. John mi guarda con aria interrogativa, balbetta qualcosa, ma io continuo a parlare. Ho poco tempo, prima che il secondino bussi sulla porta per dirmi che il mio tempo è finito.
“Hai distrutto la mia vita, uccidendo le persone a me più care. L’hai fatto senza un motivo, senza pensarci. Ma anche se io quel giorno non sono morto, anche io sono una vittima. La tua tredicesima vittima. Stai tranquillo però, non è tutto. Ho dovuto attendere due mesi, fingendo di interessarmi a te, per questo momento. Sai, esiste una quattordicesima vittima. Eccola”.

Eccitazione.
Nella busta ci sono tre fotografie. Nella prima, io e Sofia siamo abbracciati di fronte all’oceano, al tramonto. Lei è felice, sorride con i capelli scompigliati dal vento. Ha gli occhi semichiusi e una mano di fronte al viso, sfuocata.
John la guarda e comincia a sudare freddo, lo sento.
“Pezzo di merda, cosa hai fatto…”. Non gli faccio finire la frase, e gli metto davanti la seconda foto: Sofia è sdraiata sul letto, vestita soltanto con una maglietta che lascia scoperta la spalla sinistra. Con un braccio cerca di nascondere il viso: di fianco a lei ci sono io, che la bacio sulla fronte.
Nell’ultima foto, che gli faccio scivolare davanti mentre le lacrime cominciano a solcargli il viso, Sofia è sdraiata su un tavolo di legno, legata, completamente nuda. Il suo corpo è violaceo, ricoperto di tagli e contusioni. Gli occhi sono chiusi, gonfi, mentre le labbra sono viola. Il capo è rivoltato indietro, in una posizione innaturale. Tutto intorno al tavolo si allarga una grande chiazza di sangue scuro. John caccia un urlo, e si prende la testa tra le mani
“Vedi, John, ho cercato in qualche modo di provare quello che tu avevi provato, sterminando la mia famiglia. Ma non ci sono riuscito. Ci ho giocato per quaranta minuti circa, con questa troietta, piangeva e urlava, ma non mi ha soddisfatto. Questo è solo il mio primo esperimento, speravo tu potessi insegnarmi qual è il segreto. Puoi, John?”
Ma lui non risponde. Si tiene la testa tra le mani, urla, piange come un bambino a cui è stato proibito di andare al luna park. Faccio sparire le foto all’interno della valigetta, mi alzo e busso alla porta. Il secondino mi apre, e mi chiede cosa stia succedendo.
Ha paura di morire, gli rispondo.

Calma.
John mi vede, tra il pubblico, all’esecuzione. Ha gli occhi gonfi del pianto. Mi urla contro, dice ai suoi boia che io ho ucciso la sua unica figlia. Il delirio di un pazzo, pensano quelli.
Alle cinque e dodici minuti il suo cuore cessa di battere.

Vado al funerale, Sofia ci tiene ad accompagnarmi. Già, Sofia. Per chi mi avete preso? Non avrei mai potuto mettermi al suo livello. È stato sufficiente un botticino di cloroformio, rubato nell’infermeria del carcere, e una buona dose di trucchi per carnevale. Devo dire che il lavoro è venuto bene: Sofia non si è accorta di nulla, a parte il leggero mal di testa il giorno dopo.
Colpa del vino, le ho detto io.
John è morto con la certezza di aver perso l’unica traccia che era riuscito a lasciare al mondo.
Sono felice, dopo molto tempo, per la prima volta.

“È un duro lavoro il tuo, Alex. Non ti invidio proprio”, mi dice lei, tenendomi la mano, mentre la cassa di legno entra nel forno crematorio.

sabato 2 agosto 2008

Freie und Hansestadt Hamburg


Se cammini la sera tardi per le strade della tua città, rivivi sensazioni che probabilmente in fondo a te sai che mai dimenticherai. Di cui difficilmente potrai fare a meno, nei tuoi momenti di debolezza. Riaffiorano i ricordi felici, sopraffatti a volte da quelli che fanno più male: ma che siano belli o brutti, alla fine, li accetti comunque, perchè quando cammini per le strade della tua città, la sera tardi, fa anche un po' bene farsi un po' del male.

Se invece cammini la sera tardi per le strade di una città che non è la tua, magari a centinaia di chilometri da casa, magari in un paese straniero.. Beh le cose cambiano. Ti ritrovi con la testa del tutto altrove a dove avresti potuto immaginare. Rimani con lo sguardo perso nel vuoto per qualche attimo più del previsto, assapori ogni centimetro di questo "nuovo mondo personale" che hai di fronte. Ogni piazza è una scoperta, ogni strada una promessa, ogni locale aperto una nuova avventura. Magari ti appoggi al muretto in pietra antica che confina con il lago, e guardi la skyline di fronte a te, non riuscendo a distinguere ciò che di giorno pareva così chiaro.
Guardi i palazzi, e cominci a capire però anche tu quello che ti raccontava il tuo amico qualche giorno prima: entri nell'ottica dell'abitante del luogo, e puoi addirittura sentirti sicuro di te nell'affermare che questo o quel palazzo sono stati costruiti dopo la guerra, mentre quell'altro è sicuramente precedente.

Insomma, certi pensieri non ti toccano, quando cammini per una città che non è la tua: non è sicuramente perchè le cose fanno meno male, lo sai bene, ma lontano da casa hai la consapevolezza che l'aereo possa ridecollare, magari con qualche pezza, da dove era precipitato tempo prima.

Ti senti un po' parte della città, quando cammini la sera tardi per le sue strade.
Anche se parla una lingua diversa.