martedì 23 dicembre 2008

True love waits


La prima cosa che ho conosciuto di lei era il profumo di fragola. Ero seduto sul pullman che mi portava a casa dall’università, guardavo fuori dal finestrino. Se avessi saputo che film andava a cominciare, non sarei rimasto lì con quell’aria imbronciata e lo scazzo sempre acceso.
Era inverno: il sole tramontava dietro i palazzi, mentre lei seduta accanto a me si toglieva i guanti e la sciarpa. Mi ero voltato a guardarla per il suo profumo intenso e per il fatto che si era seduta di fianco a me, anche se c’erano decine di posti liberi. Aveva corso per prendere il pullman, aveva l’aria affannata, ma mi ero comunque immediatamente innamorato di lei. La madre dei miei figli, avevo pensato.
Il destino sa scherzare a volte, se poi la selezione casuale dell’iPod diventa sua complice, il gioco è fatto. Il suo sguardo aveva incontrato il mio proprio mentre le prime note di True love waits dei Radiohead prendevano vita nelle mie orecchie.
“Cosa ascolti?” mi aveva chiesto. Senza aspettare una risposta aveva afferrato un’auricolare, aveva ascoltato qualche secondo in silenzio, poi mi aveva detto, come se ci conoscessimo da sempre: “bella, mi piace. D’ora in poi sarà la nostra canzone”.

I'll drown my beliefs
to have you be in peace


Si chiamava Viola, aveva qualche anno in meno e, come avrei scoperto poco dopo, frequentava alcuni corsi insieme a me.
Durante una pausa si era avvicinata, mi aveva chiesto se avessi una sigaretta. Avevo smesso da poco tempo, e mi ero maledetto per questo. Lei aveva sbuffato, appoggiandosi al muro per catturare i pochi raggi di sole capaci di filtrare attraverso le maglie di un dicembre mai così freddo.
Avevamo parlato, principalmente di dischi e di arte, argomenti con i quali mi trovavo abbastanza a mio agio. Non me l’ero sentita di obiettare, quando aveva citato tra i suoi cinque album preferiti Bridge Over Troubled Water di Simon and Garfunkel. Avrei avuto tempo per farle cambiare idea.

I'll dress like your niece
to wash your swollen feet


Mi aveva parlato a lungo del suo ragazzo, un certo Claudio con cui stava da circa tre anni, mentre io avevo cercato di farle capire come le donne in cui mi ero imbattuto avevano sempre finito per deludermi. Tranne lei, ma non gliel’avevo mai detto. Uscivamo sempre più spesso, per un cinema, una birra scura o per un cappuccino in quel Caffé letterario che frequentavano tutti i giovani più cool in quel periodo. Più il sentimento per lei cresceva, meno ero capace di descriverlo. Adoravo ogni piccola cosa di lei: le tonnellate di piccole caramelle alla fragola che consumava ogni giorno per nascondere il puzzo del tabacco, i suoi orribili guanti colorati, la sua collezione di sorpresine kinder perfettamente ordinate sulla sua scrivania. Lei diceva di amare il mio lato malinconico, la mia capacità di nascondere a fondo i sentimenti. Giurava che prima di morire mi avrebbe visto piangere, ma lo diceva sorridendo. Migliori amici senza saperlo, affrontavamo la vita gettandoci l’uno sull’altro le rispettive paure; eravamo prigionieri su una nave chiamata ovvietà, dalla quale eravamo però troppo spaventati per decidere di saltare giù e affrontare il mare in burrasca dell’ignoto.

Just don't leave
don't leave


Gli anni erano passati, senza che riuscissi a dirle quello che provavo, tra un fallimento e l’altro di ogni singola relazione in cui mi ero buttato. Era così ovvio quello che avrei dovuto fare, che sembrava davvero troppo sbagliato. Lei aveva vinto un concorso in un’università a Berlino, era partita con la promessa di scriverci ogni giorno, di vederci il più possibile e di non dimenticare mai che eravamo come la gabbianella e il gatto del famoso racconto.
La sera prima di partire era venuta a salutarmi a casa, invece di andare da Claudio. A lui era sicuramente dispiaciuto, ma non aveva voluto discutere su questo. Eravamo rimasti sdraiati sul letto, ascoltando la nostra canzone in silenzio. Poi era partita. Non si era voltata e senza saperlo si era persa le lacrime che i miei occhi non erano riusciti a trattenere.

And true love waits
in haunted attics
and true love wins
on lollipops and crisps


Ci eravamo davvero sentiti praticamente ogni giorno durante la sua assenza. Era tornata carica di progetti e di entusiasmo per il futuro. Era un bel periodo per entrambi, fino a quando un giorno mi aveva detto che andava a vivere con Claudio. Lo aveva detto senza guardarmi negli occhi, imbarazzata dal silenzio che si era creato poi.
Ero felice per lei, ma una parte di me era schiacciata da questa notizia e aveva bisogno di bere.
Avevo regolato i conti con la cosa in un bar, la sera stessa, da solo.
Tornato a casa avevo ascoltato la nostra canzone mille e mille volte. Poi mi ero addormentato.

I'm not living
i'm just killing time


Avevo conosciuto una ragazza, poco dopo. Non conosceva i Radiohead, ma era dolce: sapeva di miele e cioccolato. Ci eravamo sposati quasi per gioco, in un marzo particolarmente troppo caldo per i miei gusti. Viola aveva partecipato alla cerimonia insieme a Claudio. Avevamo riso, scherzato, quel giorno, insieme ai parenti riuniti. Ma in me qualcosa non andava, e lo sapevo. Viola aveva il mio stesso sguardo.

Your tiny hands
your crazy kiss and smile


Come un sogno bruscamente interrotto, il mio matrimonio era finito senza che avessi nemmeno il tempo di rendermene conto. Avevo riportato le mie cose nel mio vecchio appartamento, felice di sentire che quel profumo di antico e libri troppe volte sfogliati non l’aveva abbandonato. Avevo 34 anni, un divorzio alle spalle e troppi fallimenti da sopportare, ma riuscivo ancora a essere ottimista sul futuro.
Una sera Viola aveva suonato il campanello. Le avevo aperto la porta, fuori diluviava e lei era fradicia. Mi aveva abbracciato, senza dire nulla, per diversi minuti.
Lei e Claudio si erano lasciati. Sapeva da sempre di non amarlo, ma si era lasciata trasportare dagli eventi per tutto quel tempo. Ora se ne rendeva conto.
Le avevo prestato una felpa, dentro la quale sembrava un piccolo pulcino bagnato; mi aveva chiesto se poteva fermarsi a dormire per quella notte soltanto. Era bastata.
Ci eravamo baciati, proprio mentre suonava la nostra canzone. Sapeva di fragola. Tutto ciò che mi era sembrato sbagliato in quegli anni, ora sembrava perfettamente coerente, meraviglioso e soprattutto giusto.

Just lonely, longing.

Mi aveva guardato negli occhi, subito dopo.
“È colpa della nostra canzone”, aveva detto. “Se ci siamo baciati?” le avevo chiesto io, accarezzandole i capelli, mentre se ne stava sdraiata affondando il parte del volto nel mio cuscino.
“No, se abbiamo aspettato così tanto”.
Avevo sorriso.
True love waits.

martedì 25 novembre 2008

Nel parco


La ragazza cammina lentamente, nonostante il freddo. Di solito il parco è molto affollato nel periodo estivo: ci sono studenti sdraiati sulle coperte a quadrettoni che studiano all'ombra di qualche albero, o bambini che si rincorrono sotto lo sguardo attento delle mamme o delle nonne. Ma in questo periodo è davvero poco frequentato. Solo pochi e infreddoliti passanti lo attraversano per raggiungere il calore casalingo dopo una giornata di lavoro: quasi corrono, con l'espressione tesa di quando si combatte a pugni chiusi contro il nemico Inverno.
Ma lei no. Cammina lentamente, con le mani in tasca e lo sguardo basso. Da dove sono io non riesco a vederla bene in volto, dovrebbe voltarsi leggermente verso sinistra, ma so perfettamente che non lo farà. Immersa nei suoi pensieri tira calci alle foglie secche, come se danzasse senza una meta precisa. Riesco a notare un filo bianco che esce dalla sua tasca destra: le cuffie scompaiono sotto il berretto di lana.
Provo a immaginare che genere di musica stia ascoltando, mi viene in mente una vecchia ballata che dubito però lei possa conoscere. Continuo a guardarla dal punto in cui mi trovo, so perfettamente che non si è accorta di me, nonostante tutto.
Dopo pochi minuti ruota su se stessa, rimanendo un paio di secondi in equilibrio su uno solo degli stivali neri che le fasciano le gambe; si avvicina a una panchina, proprio di fronte a me, e si siede.
Guarda nella mia direzione. Un brivido percorre la mia schiena, mentre i suoi occhi si fondono con i miei. Non può avermi visto, ne sono certo, ma un sorriso appena accennato si disegna sul suo volto, come se con il suo sguardo stesse scavando nel mio cuore.
Ma è solo un attimo. Poco dopo infatti torna guardare il selciato ricoperto di rami e foglie, come se cercasse di trovare un senso all'incoerenza che si trova davanti.
Una goccia di sudore riga la mia fronte, conosco quella sensazione.
Lui mi dice che è lei, ma non voglio credergli. Distolgo lo sguardo, alla ricerca di qualcun'altro. Uno qualsiasi. In fondo al vialetto c'è un vecchio in compagnia di un grosso cane. Probabilmente per sfuggire alle continue urla della moglie, ha portato l'animale a camminare un po' affrontando il freddo. Lo guardo bene, per quel che mi riguarda sarebbe perfetto.
No, il vecchio non va bene, mi dice lui. Maledizione.
Torno a guardare la ragazza. So come andrà a finire, e il dolore si impossessa di me.
Lei è bellissima. Seduta sulla panchina, si è accesa una sigaretta, che stringe tra le dita rese insensibili dal gelo. Le sue labbra. Noto immediatamente le sue labbra. Sono perfette, morbide, calde, nonostante il freddo tagliente. Un bacio soltanto, non so cosa darei per un semplice bacio.

Non mi guardare, ti prego, è la tua unica speranza.

Ho gli occhi lucidi, quando mi accorgo che lei, soffiando una leggera nuvola di fumo, alza lo sguardo e incrocia per la seconda volta il mio. "Ora", mi ordina lui.
Una questione di pochissimi attimi. Il dito scivola veloce sul grilletto, il colpo è attutito dal pezzo di stoffa avvolto intorno alla canna.
Da qui non riesco a sentire se lei emette un suono oppure no: la vedo barcollare per un secondo, gli occhi rivolti al cielo; un cielo sempre più buio e freddo, mentre il colpo che le ha trafitto il cuore si impossessa della sua vita.
Duecentoventi metri di distanza, il mio nuovo record. Ma è un primato amaro.
Mi alzo dal nascondiglio nel quale ero rimasto sdraiato per diverse ore, mi scrollo di dosso la terra e le foglie marcie. Nascondo il fucile nella borsa, e mi avvio con passo veloce verso la fermata del pullman.
Un bimbo e una nonna mi vengono incontro: li oltrepasso veloce, cercando di non dare nell'occhio. Ma è impossibile.
"Nonna, perchè quel signore piange?" chiede il piccolo, voltandosi a guardarmi.

Il pullman arriva, salgo e mi siedo in fondo. Appoggio la testa al vetro appannato, guardando per l'ultima volta il parco avvolto da una sottile nebbia.
"Devi essere fiero, con questa sono cinque", mi dice lui, nella mia testa.
Asciugo le lacrime, con un movimento della mano. Mi addormento, non prima di aver fantasticato su quel bacio, quel bacio rubato che non avrò mai.

venerdì 31 ottobre 2008

Un minuto


C'era una coppia di anziani seduti su una panchina poco distante da noi, quel giorno, quando ti ho afferrata per un braccio, ti ho tirata a me, e ti ho baciata. In pieno centro, con la gente che scorreva intorno a noi; immobili con gli occhi chiusi e la mente altrove: come in quella foto famosa di Doisneau.
Lui ci ha guardati per qualche istante, poi ha dato un leggero colpo con il gomito a lei, che stava vagando con gli occhi stanchi, altrove.
Lei si è accorta di noi, ha visto la tua mano muoversi lentamente, indugiare, e raggiungere la mia. Ha sorriso, ha guardato lui che le ha borbottato qualcosa. Poi, dopo un paio di secondi di esitazione, lui le ha messo un braccio intorno alla spalla. Proprio come aveva fatto allora, con molti meno anni dentro il sacco, in un tempo in cui io e te non eravamo neppure ipotesi.
Sessanta secondi, immobili, senza respirare.
Tu hai sorriso, io ti ho detto che sei una pazza. Pazza di te, hai risposto.
Abbiamo ripreso a camminare, lasciandoci alle spalle la coppia alla quale avevamo appena regalato la gioia di un ricordo.
Un ordinario minuto, tra tanti ordinari minuti della vita. Ce ne sarebbero stati molti altri di simili, se non più belli, dopo quello. Ma speciale, per una coppia di anziani torinesi, che in quel minuto ha rivisto cinquant'anni di vita insieme condensati in un unico gesto spontaneo.
A Torino, per le vie del centro, succede anche questo.

domenica 5 ottobre 2008

Non ti amerò


Non ti amerò mai più di quel libro che ho letto al liceo,
aveva un titolo lungo e buffo ma ha condizionato il resto della mia vita.
Non ti amerò mai più del Billy Corgan di Adore,
non ti amerò mai di più della Liv Tyler di "Io ballo da sola",
con quesi suoi vestiti a fiori corti che a volte sogno ancora adesso.
Non ti amerò mai di più di una serata con quei due amici,
quando si parlava di cose stupide come sentimenti calcio e donne;
non ti amerò mai di più della mia ragazza quando avevo 16 anni,
anche se era poi risultata una stronza, non ti amerò mai di più.

Ma ti amerò, perchè lo sento
c'è un pezzo di te in ognuna di queste cose.
Ma ti amerò, perchè lo percepisco
quelle cose le amo perchè appartengono anche a te.

Non ti amerò mai di più dei film di Michel Gondry,
dove il sogno e la vita vera sono fatti della stessa materia.
Non ti amerò mai di più di Andrey Hepburn in "vacanze romane",
dove è un principessa capricciosa, non ti amerò mai di più.
Non ti amerò mai di più del mio viaggio in Inghilterra,
dove ho scoperto che profumo ha, un corpo nudo sopra il mio.
Non ti amerò mai di più del "Bar delle Folies-Bergère" di Manet,
dove tutta la solitudine del mondo è espressa in un solo dipinto.
Non ti amerò mai di più della musica dei Baustelle,
che mi fan tornar bambino, oppure volare via da me.
Non ti amerò mai di più che camminare di notte per Torino,
dove ogni strada via o piazza mi parla e mi consola.
Non ti amerò mai di più del mio computer Mac,
non ti amerò mai di più che la marmellata di fragole fatta in casa.

Ma ti amerò, perchè lo sento
c'è un pezzo di te in ognuna di queste cose.
Ma ti amerò, perchè lo percepisco
quelle cose le amo perchè appartengono anche a te.

Quindi...
Non ti amerò mai di più che far la doccia insieme a te,
non ti amerò mai di più che baciarti tutti i giorni,
non ti amerò mai di più che coccolarti tutte le notti,
non ti amerò mai di più che pensare di vivere per sempre insieme a te.

lunedì 29 settembre 2008

Tarm


Sono tornati i Tre Allegri Ragazzi Morti, simpaticamente abbreviabili in Tarm.
Che se senti solo l'acronimo ti sembrano un prodotto per pulire il legno, però se dici: "Ascolto i Tarm", fa molto più figo, anche se probabilmente il 90% della gente sana non capirà a cosa ti riferisci (probabilmente lo stesso 90% che non capirebbe nemmeno se dicessi "Ascolto i Tre Allegri Ragazzi Morti", ma questo è un altro discorso).
Il pezzo nuovo è un capolavoro letterario, come al solito: il testo è il seguente:

"E giro il mondo, giro il mondo"

ripetuto 63 volte.
Per la serie, sappiamo come irritarvi e lo facciamo.

Ma non è obiettivo primario di questo post osannare la ricchezza lessicale dei bravi musicisti di Pordenone, anzi.
Ascoltando il nuovo singolo su Brand New mi è immediatamente riapparso in mente un aneddoto che riguarda il mio periodo "tardoadolescenziale", legato a un loro concerto di tanti tanti anni fa.
Ai tempi ero a malapena liceale, da poco patentato e ricordo che quella sera suonavano i Tarm, in una località non ben definita poco lontana.
Chi mi conosce, sa perfettamente che, soprattutto in quel periodo, ero assolutamente incapace di gestire qualsivoglia rapporto con le ragazze. Se poi quella ragazza si chiamava Valentina, e chi mi conosce sa chi era Valentina... Beh, un bel casino. Quella sera Valentina andava al concerto. Lei odiava i Tarm. Valentina andava al concerto perchè c'era quel tipo che le piaceva: me l'aveva detto, sfidandomi, perchè sapeva quello che provavo per lei, sebbene io continuassi imperterrito a propormi come amico del cuore.
Ero affranto, ma Laura aveva riacceso in me qualche speranza di superare quel momento. Laura era un'amica che vedevo e sentivo poco, Laura era carina alternativa e svarioncella al punto giusto, ma soprattutto Laura aveva avuto una storia con quel fantomatico ragazzo che Valentina voleva a tutti i costi conquistare al concerto. Inoltre, per rendere il quadro ancora più chiaro, tra me e Laura c'era stato qualcosa, un paio di volte. Intendiamoci: non ci eravamo mai baciati, mai toccati, eccetera... Però eravamo andati a tanto così, c'era stata chimica, capite no?
Comunque, quella sera andai al concerto con Laura. Era nel pieno della sua bellezza tutta particolare, molto punk ma nello stesso tempo acqua e sapone. L'idea di entrambi era quella di far ingelosire i nostri reciproci amori tardoadolescenziali, che vedendoci insieme al concerto sicuramente si sarebbero accorti di quanto ci desideravano e amavano e.

Non andò propriamente così. Un paio di cose andarono storte.
La prima: io mi "innamorai" perdutamente di Laura. Lo so, chi mi conosce sa perfettamente che il mio "innamorarmi perdutamente" ai tempi non significava molto. Però mi ero invaghito di tutta questa storia del piano, di come lei saltellava ascoltando la musica mettendomi un braccio intorno al collo, eccetera. Mi aveva anche dato un bacio sulla bocca, nell'euforia della cosa, ed io avevo per un attimo dimenticato Valentina. Fanculo, mi ero detto. Laura è infinitamente meglio, e mi vuole.
La seconda: il tipo che piaceva a Valentina, che potremmo chiamare bullobello, Valentina non l'aveva calcolata nemmeno per un secondo. Se n'era stato appoggiato al muro per tutto il tempo, guardando con occhi adulti i ragazzini ballare. Era molto più grande di noi tardoadolescenti, e si vedeva lontano un miglio che ci sapeva fare infinitamente di più. Valentina, quindi, dopo le prime quattro canzoni, se n'era andata con un terzo individuo non chiaramente identificato, che avrei poi scoperto mesi dopo essere diventato il suo ragazzo.
La terza: Laura invece era riuscita perfettamente nel suo piano. Mentre io salutavo alcuni amici, lei si era messa a parlare e poi a limonare durissimo con bullobello: mi aveva poi salutato e confidato che sarebbe stato lui ad accompagnarla a casa. Mi aveva baciato sulla guancia, bisbigliandomi nell'orecchio: "grazie Cico, sei unico!". Se n'era andata portandosi via un ennesimo pezzo di me, proprio mentre I Tarm finivano il concerto con "Occhi bassi", uno dei loro pezzi più celebri.
La quarta: ero rimasto solo, avevo deciso di bermi ancora un paio di birre e tornarmene a casa. Mesi dopo avrei poi scoperto che al concerto c'era una ragazza, più piccola e di cui non riporto il nome per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare, che si era invaghita di me e che mi aveva "seguito" per tutta la sera. Io non mi ero ovviamente accorto di nulla, e lei era troppo timida per farsi avanti. Me l'avrebbe detto poi mesi dopo, per l'appunto, di fronte a un caffè in un giorno di pioggia. Ma questa è un'altra storia.

Ai tempi non sapevo che tutte o quasi le mie relazioni amorose in futuro non sarebbero state altro che una versione molto più incasinata di quella.

E giro il mondo e giro il mondo!

venerdì 12 settembre 2008

Cerotti


Per alcune ferite, il cerotto non basta.
L'unica cosa da fare, per farle guarire davvero, è strappare via il cerotto: lasciarle respirare e dare loro il tempo di guarire da sole.

Quindi: Ti voglio bene, pulce, comunque sia andata :)

Stttttraaaaaap!

martedì 2 settembre 2008

Ragazza che non conosco


Ragazza che non conosco, ti scrivo queste poche parole con la speranza che un giorno, chissà dove, ti possano raggiungere. Magari quando sarai un po' triste, seduta con la schiena al muro e la testa appoggiata alle ginocchia; oppure, perchè no, quando sarai al culmine della felicità: le mie parole giungeranno a te per scompigliarti i capelli come una folata di vento d'estate.
Ragazza che non conosco, se mi concentro riesco quasi a vederti, mentre con le tue gambe svelte danzi un ritmo che ti appartiene da sempre, e ti lasci ammirare, in un vestitino leggero che qualche artista del mondo delle fate ti ha disegnato addosso. Balli da sola, con gli occhi chiusi, perchè la musica la puoi sentire solo tu: ma, ragazza che non conosco, ogni tuo passo scandisce una melodia che prende forma nel mio cuore e nella mia mente, intrappolando il mio animo in un dolce vortice senza uscita.
Ragazza che non conosco, ti scrivo perchè ad un certo punto ho pensato di non farcela: dopo molti anni ho incontrato di nuovo quella sensazione di solitudine, una solitudine capace di scavarti dentro una voragine di cui non puoi valutare le dimensioni. Sapevo che era lì, profonda e silenziosa, ma per giorni infiniti mi sono rifiutato di guardarci dentro, spaventato di non saper gestire la sua profondità, una totale Assenza che si trasforma in Presenza inquietante di un qualcosa che non sai spiegare, ma che ti costringe a accucciarti in un angolo come un cane colpevole. Quindi ti scrivo, ragazza che non conosco, perchè quando ho deciso di smetterla di banalizzare il mio cuore, stando ad ascoltare le solite storie e le solite scuse, mi sei venuta in mente tu. Credere nell'impossibile è stata la causa di tutti i miei successi, ma anche di tutti i miei guai, pensandoci bene: qualcuno un giorno mi ha definito un "gambler", e ti assicuro che forse aveva ragione. Ho puntato ogni volta su ogni roulette che mi son trovato davanti, ho giocato anche dove sapevo che probabilmente avrei perso. Perchè, mi chiederai: perchè disprezzavo i luoghi comuni, e non ho mai smesso di credere che quel qualcosa che mi legava a una lei dovesse per forza avere un significato al di là di tutto.
Ragazza che non conosco, ti scrivo e so che forse un giorno risponderai: non sono così disilluso da credere che i sogni non si realizzino mai, anzi: i miracoli a volte sono più frequenti delle tragedie, soltanto che noi non li sappiamo individuare. La mia paura, però, è quella che io possa deluderti, quando finalmente ci saremo incontrati: sono diventato più duro, questo è vero, ma sono scorbutico, un po' orso e la voragine di cui ti parlavo prima ha il brutto vizio di risucchiare anche le persone che mi stanno intorno. Inoltre non ho mai davvero imparato a ballare, e ho il terrore che tu possa annoiarti se ti parlerò soltanto di cinema, di sogni legati a una canzone o di quel libro che tu avresti tanto voluto leggere ma che non hai mai avuto il tempo o la voglia di affrontare.
Forse sono soltanto un mezzo uomo: un eterno bambino in fondo, che ancora rimane a bocca aperta guardando un treno passare, carico di gente anch'essa con le proprie vite che scorrono via, lontane.
Ragazza che non conosco, come potrò piacerti in quei giorni in cui mi assale la malinconia, e soltanto il vedere una foglia che si stacca da un albero mi riempie gli occhi di lacrime per una vita che non ho più, ma che tanto ha significato per me in un tempo che sembra non appartenermi più?
Ma per questo forse ti scrivo, ragazza che conosco. Non credermi quando ti dico che forse preferirei non incontrarti, per paura di deluderti: sono un po' come quelle persone che vogliono credere nei miracoli, ma quando ne hanno uno davanti rinnegano di avervi assistito.
Ci sarà da qualche parte un piccolo bosco, dove potrai insegnarmi a ballare a piedi nudi sull'erba bagnata di rugiada; oppure un fiumiciattolo circondato da massi sui quali potremo sdraiarci e in silenzio ascoltare la musica della natura.
Ragazza che non conosco, io e te ci apparteniamo, anche se dirlo ora così, ad alta voce, sembra quasi violare un segreto millenario. Perchè magari anche tu, ora, ragazza che non conosco, stai guardando fuori dalla finestra, mentre piove leggero e ti sei accesa un'altra sigaretta. Guardi fuori dal vetro appannato, e sogni una mano che ti sfiori leggera, capace di suscitare in te quelle emozioni che non provi più da troppo tempo ormai: pensavi che qualcuno, o qualche scelta sbagliata, avesse ucciso quei sentimenti per sempre, ti eri ormai rassegnata che certe piccole schegge di cielo ormai non ti appartenessero più.
Ma io sono qua, ragazza che non conosco, con il mio bagaglio di fallimenti al quale si accompagna un piccola ma preziosa borsa di sogni e certezze.
Non dire nulla, ragazza che non conosco: guardami soltanto con quegli occhi che non ho mai visto, e il resto verrà da se.
A presto quindi, ragazza che non conosco, oppure "a tra mille anni". Non importa, sai. Perchè so che ci sei, e questo è già una risposta a tutte le domande che, una risposta appunto, ancora non ce l'hanno.