giovedì 26 giugno 2008

Paprika!


C’era una volta una bambina allegra e vivace, che viveva soltanto nei sogni altrui. Nessuno sapeva con certezza quando era nata, e chi erano i suoi genitori: alcuni sostenevano che lei esistesse già prima dell’invenzione del telefono, o della luce elettrica, mentre altri erano convinti che lei fosse nata ancor prima della scoperta del fuoco. Ma, alla fine, non era questo l’importante: Paprika (questo era il suo nome), esisteva da sempre, fin da quando c’era memoria, e il suo unico piacere era quello di viaggiare attraverso i sogni della gente triste, per poter regalare loro un piccolo ma preziosissimo momento di gioia.
Se un bambino si addormentava con le lacrime agli occhi, perché voleva semplicemente stare alzato fino a tardi, per finire di vedere il cartone animato preferito, Paprika entrava nel suo sogno profondo, lo prendeva per mano e lo conduceva attraverso una fantastica avventura, piena di animali fantastici, folletti e fate. Se invece Paprika s’insinuava nel sonno di un ragazzo innamorato ma non corrisposto, poteva trasformarsi in una giovane orientale, dagli occhi grandi e profondi: seduti di fronte al tramonto del Taj Mahal, lei gli sussurrava parole dolci all’orecchio destro, accarezzandogli i capelli e tenendogli la mano. Ogni tanto la piccola Paprika amava prendersi cura anche del sonno di qualche dolce nonnino, rimasto ormai solo: gli faceva vivere nuovamente tutte le avventure passate, incontrare amori giovanili, riassaporare momenti ormai sommersi dall’oblio.

C’era una volta un bambino di nome Orfeo. Anche lui non era un bambino come tutti gli altri, anche se non aveva speciali poteri come quelli di Paprika. Orfeo era un bambino solo: preferiva immergersi in un mondo fantastico da lui creato, piuttosto che giocare a palla con gli amichetti nel parco. Sapeva perfettamente a memoria i nomi dei sette regni che componevano Helroch, il suo impero immaginario: lui era il Re assoluto, tutti i sudditi lo amavano e gli erano riconoscenti per la sua grandezza e saggezza. Spesso a scuola veniva deriso e canzonato dai compagni di classe, per il suo bizzarro modo di vestire, ma a lui non importava. Era timido con le bambine: se una ragazza lo guardava negli occhi, lui era costretto da una morsa nello stomaco a tuffare lo sguardo nel quaderno sul quale disegnava piccole vedute di Helroch.
Non era mai stato un grande problema, questo, fino a quando non si era innamorato di Sofia. Sofia era una bambina che frequentava la sua stessa classe, e sedeva pochi banchi più indietro. Orfeo non aveva molti amici, quindi durante l’intervallo spesso se ne stava seduto in classe, appoggiato alla finestra, a guardare fuori. Un giorno Sofia gli si era avvicinata e gli aveva chiesto cosa guardasse. Era bellissima: averla così vicina aumentava la sua temperatura corporea; le parole, già poche solitamente, erano tutte bloccate in fondo al cuore. Sapeva che avrebbe dovuto rispondere qualcosa di intelligente, ma non era uscito nulla. Era rimasto impietrito, a guardare fuori, senza dire nulla. Lei, dopo pochi istanti, se ne era andata, con una impercettibile ma quanto mai significativa alzata di spalle.
Non era riuscito a togliersi quella scena dalla testa per tutto il giorno; dopo non aver toccato quasi nulla per cena, si era messo a letto. Sapeva di dover raggiungere i suoi sudditi a Helroch, ma quella notte, per la prima volta, si era addormentato col pensiero straziante di Sofia che rideva di lui, alle sue spalle, con le altre ragazzine della scuola.
E fu proprio quella notte che conobbe per la prima volta Paprika.

Paprika non riusciva a capire cosa non andasse in quel ragazzino, ma sentiva che era davvero triste. Qualcosa di grosso doveva essergli successo: aveva deciso di entrare nel suo sogno, per mettere le cose a posto e fargli dimenticare le proprie pene, facendogli vivere un’avventura mai vista prima.
Ma con suo grande stupore, appena entrata nel sogno di Orfeo, si era resa conto di che meraviglia ci fosse: nella mente di quel ragazzino esisteva un mondo meraviglioso, abitato da centinaia di personaggi uno diverso dall’altro. Sulla sommità di una collina erbosa si ergeva un enorme castello dalle mura bianche come l’avorio e le porte e finestre erano completamente dorate. Paprika si era avvicinata con cautela all’enorme ponte levatoio, quasi in punta di piedi sull’erba fresca. Due guardie sorridenti erano in piedi, di fronte all’ingresso, ma si erano fatte da parte con un inchino per permetterle di entrare.
Aveva percorso i lunghi corridoi guardandosi attorno con stupore: ma come poteva tutto questo essere frutto della fantasia di un solo bambino? Dopo diversi minuti, era riuscita ad arrivare alla sala principale del castello: il pavimento di marmo bianco era ricoperto da un enorme tappeto rosso, e appese alle colonne e alle pareti vi erano arazzi ricamati d’oro, argento e pietre preziose. Al centro dell’enorme sala, seduto su un trono intarsiato con scene di battaglia e mitologici scontri tra divinità, vi era Orfeo, avvolto in un mantello color porpora e con un’enorme corona rotonda sul capo. Aveva l’espressione triste, lo sguardo basso, e non si era nemmeno accorto della presenza di Paprika al suo cospetto.
“Maestà”, aveva deto lei, mimando un inchino, “Ho percorso centinaia di miglia per venire qui, a parlare con Voi, spero abbiate la cortesia di ricevermi”. Paprika non sapeva bene come comportarsi: solitamente era lei a reggere le fila del gioco, a creare le situazioni in cui ambientare le situazioni giuste per risollevare i cuori feriti dei suoi ospiti. Invece, nella mente di questo ragazzino con lo sguardo triste, tutto era solidamente costruito, nulla poteva essere modificato.
Era rimasta per qualche secondo in silenzio: poi, dato che il Re non rispondeva, aveva urlato: “EHI!!!!”

Orfeo aveva letteralmente sobbalzato sul suo trono: chi era questa buffa e impertinente bambina che si presentava al suo cospetto, in Herloch? Non era sicuramente uno dei suoi sudditi abituali, dato che li conosceva tutti, uno per uno. Non ebbe nemmeno il tempo di riordinare le idee, che lei gli si era avvicinata, gli aveva dato uno schiaffo sulla testa, facendogli calare la corona sugli occhi, e gli aveva urlato: “Sveglia Sire, sveglia!! Il villaggio va a fuoco!!”
E così ebbe inizio il suo rapporto con Paprika: spensero l’incendio al villaggio, grazie all’aiuto della cavalleria reale, ma fu solo l’inizio. Dopo quella prima notte, infatti, ce ne furono molte altre, durante le quali Orfeo e Paprika vissero le avventure più pericolose, affascinati e meravigliose che si possano immaginare: sconfissero draghi, costruirono acquedotti, salvarono la Ninfa che abita il lago e respinsero più volte le armate della pericolosissima Strega Onirika.
Orfeo si sentiva meglio, non solo nei suoi sogni. Giorno dopo giorno, infatti, aveva acquistato, grazie all’aiuto di Paprika, molta sicurezza in se stesso, anche nella vita di tutti i giorni. Era diventato un ragazzo sempre meno timido; aveva addirittura cominciato ad avere amicizie con qualche compagno di classe, e non doveva più voltarsi dall’altra parte quando una ragazzina gli rivolgeva lo sguardo.
Gli anni passavano, e Paprika continuava a frequentare i suoi sogni: era la migliore cosa che potesse accadergli.

Ma come mai Paprika, che raramente frequentava i sogni di qualcuno per più di due o tre volte, si era stabilita ormai da moltissimo tempo in Herloch, con Orfeo? La risposta va ricercata nel fondo del cuore della bambina che viaggia nei sogni della gente: si stava innamorando, per la prima volta nella sua lunghissima vita. All’inizio gli era sembrato buffo, questo piccolo ragazzino con una corona più grande della sua testa: poi, col passare dei giorni, il fascino dell’impero sconfinato creato dall’immaginazione di un comunissimo essere umano le aveva inebriato i sensi, mentre cresceva l’interesse nei confronti di un bambino che si trasformava lentamente in uomo.
I loro giochi si erano fatti sempre più intensi, fino a quando, una notte, si erano baciati sotto la luce delle tre lune che si rincorrono nel cielo di Herloch.
Per la prima volta Paprika aveva sentito quello che le persone chiamano “battito del cuore”.
In poco tempo era diventata la regina del regno di Orfeo, e le cose erano andate bene per diverso tempo. Si sentiva felice, e aveva trascurato i sogni delle altre persone tristi, per godersi questa felicità inattesa, che si interrompeva soltanto quando, al mattino, Orfeo doveva svegliarsi per tornare alla sua vita reale. Tutto sembrava perfetto.
Poi, una notte, tutto era finito.

Erano passati anni, ormai, dal loro primo incontro. Orfeo non era più un ragazzino solo e timido: grazie all’aiuto di Paprika aveva superato molti dei suoi complessi. Adesso, quando una ragazzina gli rivolgeva lo sguardo, non sentiva più il bisogno impellente di scappare, ma rispondeva sicuro con un sorriso deciso. Le compagne di classe avevano smesso di prenderlo in giro, e qualcuna gli aveva addirittura scritto dediche romantiche sul diario.
Orfeo sapeva che tutto questo era merito di Paprika, ma come spesso vanno queste cose, la riconoscenza è un bene assai raro da rilevare.
Non aveva smesso di frequentare Herloch tutte le notti, ma il suo rapporto con Paprika lentamente stava cambiando.
Un giorno, finalmente, era riuscito a trovare il coraggio di invitare fuori Sofia, la sua vecchia compagna di classe, oltre che suo primo vero amore. Sofia aveva accettato, e dopo poco tempo i due si erano fidanzati.
Paprika pianse, lei che mai aveva pianto prima, e per la prima volta desiderò che qualcuno visitasse i suoi sogni, per renderli più belli. Ma lei stessa era sogno, e questo suo desiderio non poteva essere esaudito.
Smise di frequentare i sogni di Orfeo, ma non solo. Da quel giorno in avanti non andò più in visita delle persone tristi, per rallegrarli, ma cominciò a trasformare in incubi i sogni delle persone felici e innamorate. Da sogno, Paprika si era trasformata in incubo: un incubo con il piccolo cuore spezzato.

Per diverso tempo Paprika non aveva avuto notizie di Orfeo.
Una notte che la malinconia si era fatta però troppo forte, aveva deciso di tornare a Herloch.
Il paesaggio era davvero diverso da come lo ricordava: le mura del castello erano diroccate, ricoperte di erbacce e arbusti; il villaggio era abbandonato, i campi erano bruciati.
Non c’era anima viva in giro. Paprika aveva varcato l’ingresso, percorso i corridoi che un tempo erano stati sfarzosi e ricoperti di ricchezze, ma che ora erano devastati dal fuoco e dall’abbandono.
Quando finalmente era giunta alla stanza centrale del castello, con le lacrime agli occhi, si accorse che una piccola figura era seduta sul trono, con il capo appoggiato alle mani.
Si era asciugata gli occhi con un movimento della manina, poi aveva timidamente chiesto chi era.
Era Orfeo. Non era però lo stesso ragazzo sicuro di se e felice che lei ricordava: era tornato a essere quel bambino timido e triste di un tempo, quello che lei aveva conosciuto anni prima.
Orfeo aveva alzato il capo, era saltato giù dal grande trono e le era corso in contro scoppiando in un singhiozzo. Erano rimasti lì, immobili, per delle ore che avevano il sapore di minuti.

Orfeo aveva avuto un incidente, dopo che Sofia lo aveva lasciato. Da due anni era in coma, nel letto di un ospedale, durante i quali aveva vissuto sempre in Herloch, sperando che la sua regina tornasse. Ma lei non si era più fatta viva. Senza Paprika Orfeo non era in grado di governare, ormai: aveva trascurato i suoi sudditi e aveva addirittura permesso alla strega Onirika di conquistare gran parte dei regni. Adesso abitava da solo le fredde mura del castello, che aveva perso il suo antico splendore.
“Rimani con me, Paprika, ricostruiamolo insieme. E questa volta sarà per sempre”, le aveva detto, con le guance rigate dalle prime lacrime che era riuscito a piangere, dopo molto tempo.
“Soltanto se sarà davvero per sempre”.
Poi, si erano baciati. Nel suo letto d’ospedale Orfeo, per una frazione di secondo, aveva sorriso.

lunedì 9 giugno 2008

Doccia breve


Una delle cose che mi piace più fare ultimamente è la doccia al buio.
Con le luci spente, l'acqua calda che ti scorre addosso ha un sapore del tutto diverso, provare per credere. Le mie docce, poi, sono molto cinematografiche, in questa fase.
Testa appoggiata contro il muro, occhi chiusi, lascio che i miei sensi si disattivino uno dopo l'altro. Rimango così per qualche minuto, con la testa sgombra; poi, inevitabilmente, un pensiero si infila e il flusso inizia.

Penso al film che ho visto il giorno prima al cinema, e al tizio seduto dietro di noi che rideva, da solo. Rideva di gusto. L'ultima volta che ero andato solo al cinema non avevo riso, però non mi era dispiaciuto molto. Da soli al cinema fa sfigati, oppure intelettuali di sinistra. Non sono nè l'uno nè l'altro, semplicemente il film faceva schifo a tutti quanti quelli che conoscevo all'epoca, e tant'è. Non mi sono mai fatto di questi problemi, a essere sincero. Penso che avesse una gran colonna sonora, e che un buon film si valuta anche da quanto sono azzeccate le musiche. Penso a quale sia la colonna sonora della mia vita adesso, e non penso che la si possa suonare a una festa. Ma che sia perfetta per essere ascoltata nelle cuffie, a volume medio, camminando da solo in centro, la sera tardi. Non è la colonna sonora che rende la tua vita commedia o tragedia, ma la chiave di lettura che ne dai.

Penso che ha ragione Carrie, che non tutte le storie d'amore sono poemi epici: alcune storie sono racconti brevi, ma questo non le rende meno piene d'amore.

giovedì 29 maggio 2008

Senza titolo





Ciao Monica. Ciao Nico.

lunedì 12 maggio 2008

Fine del mondo


Non c'è tempo, cazzo, levati dalla strada!!

Non gli piaceva essere scortese, di solito, ma adesso quel tizio sdraiato in mezzo alla strada gli aveva veramente fatto perdere la pazienza. Aveva si e no una quarantina di minuti e sapeva che sarebbe stato difficile arrivare a casa di lei in tempo, figuriamoci se su tutta la strada fino in centro avesse incontrato personaggi come quello.
Mise la mano sul clacson, ma il tizio non ne voleva sapere di spostarsi: si era, anzi, limitato a voltare la testa in sua direzione, mostrando un grande sorriso privo di scherno.

Ma che ti urli, cosa te ne frega ormai?

Quando Paolo sentì pronunciare queste parole, capì che nn ci sarebbe stato verso di convincerlo a farsi da parte: fece un piccolo pezzo di retromarcia, poi spinse il piede fino in fondo all'acceleratore, cercando di passare il più possibile vicino al fosso.
L'uomo disteso sull'asfalto riuscì a scansarsi un poco, ma l'auto gli passò comunque su entrambe le gambe: Paolo sentì solo l'urlo di dolore da dentro l'abitacolo, cercando di evitare di guardare nello specchietto retrovisore il risultato del suo atto impulsivo. Ma nn ce la fece: l'uomo si contorceva tenendosi un ginocchio, e urlava frasi incomprensibili verso la sua targa che si allontava a gran velocità.
Beh, durerà poco, pensò, cercando di scacciare il senso di colpa.

Percorse, spingendo non poco sull'acceleratore, il tratto di tangenziale: come aveva previsto non c'era praticamente nessuno in giro: alcune automobili erano parcheggiate malamente ai bordi della carreggiata, in stato di totale abbandono. Sapeva che tra pochi minuti anche lui avrebbe dovuto abbandonare la sua auto e proseguire a piedi: sicuramente in centro era impossibile accedere, ci sarebbe stata gente ovunque.
Il cielo cominciava a scurirsi, lentamente: le nuvole occupavano gran parte del cielo e una pioggia fine cadeva sull'asfalto, rendendolo scivoloso. Guardò l'orologio: maledizione, mancava poco più di mezz'ora. Doveva riuscire a raggiungerla prima che fosse troppo tardi, altrimenti non sarebbe riuscito a parlarle. Se solo si fosse deciso un po' prima...

Arrivato nella zona degli ospedali, si rese conto che le sue previsioni erano nuovamente esatte: una schiera di macchine era ferma, incolonnata come nei giorni di sciopero dei mezzi. La differenza era che ora non c'era nessuno sulle automobili. Abbandonate. Tanto non sarebbero più servite a nessuno. Scese senza spegnere il motore, e cominciò a correre sotto la pioggia verso il sottopasso che portava in centro.
Guardò il cielo: nulla faceva presagire che di li a poco sarebbe caduto il meteorite che avrebbe cancellato l'intera umanità.
Mentre imboccava il tunnel sotterraneo, realizzò che effettivamente era normale che non ci fossero segnali atmosferici dell'imminente tragedia: l'impatto era stato previsto nel centro del Brasile: in Italia non l'avrebbero nemmeno visto, forse. Al telegiornale avevano detto che la popolazione del continente americano sarebbe stata spazzata via immediatamente dall'impatto, mentre il resto del mondo avrebbe semplicemente cessato di esistere nel momento in cui il pianeta si sarebbe spezzato in due, per poi disintegrarsi. Rassicurante. Paolo non sapeva nulla di fisica e di geologia, ma adesso il modo in cui sarebbe morto era l'ultimo dei suoi problemi. Cioè, capiamoci: non avrebbe voluto morire, certo. Però di fronte alla cancellazione dell'intera umanità... Beh, la tua morte sicuramente ti preoccupa un po' di meno, rispetto alla prospettiva di essere l'unico ad andarsene tra il disinteresse generale. L'importante era solo riuscire a raggiungerla, prima che fosse troppo tardi.

Aveva covato dentro le parole giuste da dirle per quasi un anno, e adesso, poco prima che tutto finisse sul serio, voleva che lei sapesse. Romantico no? Dichiararsi all'amore della vita proprio nell'istante prima che un meteorite si porti via non solo lui e i suoi sentimenti, ma anche lei e il suo stupore e altri sei miliardi circa di persone. Per qualche giorno si era sentito patetico, soltanto a pensarci. Aveva rinunciato.
Alcuni suoi amici avevano deciso di aspettare la fine insieme, a casa di un tizio che Paolo conosceva di vista. Grandiso, aveva pensato. Il mondo finisce, e io me ne rimarrò seduto sul divano di un perfetto sconosciuto a bere birra. Sempre meglio però dell'alternativa: andare in chiesa con la famiglia, a pregare per le proprie anime. La madre di Paolo aveva ritrovato la fede sulla via di Damasco, e aveva costretto il marito e Claudia, la sorella più piccola, a partecipare a uno di quei gruppi preghiera che erano stati organizzati per l'occasione. Morire pregando un dio che si permetteva di cancellare in un colpo solo l'intera prole? Naaaa...
Poi, proprio mentre se ne stava seduto sul maledetto divano, aveva guardato fuori dalla finestra, e aveva deciso di andare da lei. Destinazione Torino, in poco meno di un'ora.

Pensava a queste cose, mentre correva tra le macchine abbandonate. Correva con tutta la forza che aveva in corpo, con la pioggia fine che gli graffiava il volto.
Pensava a quando l'aveva conosciuta alla festa di Maurizio: seduti sul divano avevano discusso su quali birre fossero migliori, se le danesi o le italiane.
Pensava a quando l'aveva rivista in aula studio, quella volta che lei gli aveva tenuto il posto e lui le aveva comprato una rosa bianca.
Pensava a quella volta che si erano quasi baciati sotto la statua col cavallo, ma poi un telefonino aveva suonato.
E pensava al film che aveva in testa da quando era partito. Lui che la chiamava per nome. Lei che si voltava, in silenzio. Lui che le metteva una mano sul viso, lei che provava a dire qualcosa e lui che la faceva tacere con un bacio che neanche nel migliore dei film d'amore. Il tutto ovviamente a rallentatore, mentre intorno il mondo cominciava a esplodere.

Arrivò davanti a casa di lei schivando diverse persone, nell'ultimo tratto. Il centro era un vero e proprio casino, c'era anarchia totale, come prevedibile. Il portone era aperto, nel cortile c'erano centinaia di persone che guardavano verso l'alto, incuranti della pioggia. Qualcuno piangeva, qualcuno teneva la propria mano in quella di qualcun'altro.
Mancavano pochissimi minuti allo schianto. Si fece spazio tra la folla, si mise a urlare il suo nome.
Ma non la trovava da nessuna parte. Eppure doveva essere li, lo sapeva. Lei gli aveva detto che avrebbe aspettato la fine in quel cortile, con le sue amiche.
Il telefoninò suonò. Era lei. Rispose

Dove sei?!

La domanda gli uscì come una minaccia, senza aspettare che lei gli dicesse nulla. Aveva il fiatone, i secondi passavano inesorabili, aveva bisogno di vederla, o avrebbe vagato all'inferno per l'eternità con quel peso. Un inferno particolarmente affollato, tra l'altro.

Sentì la risposta proprio mentre la terra cominciava a tremare, la gente a urlare. una fortissima esplosione squarciò il cielo, il palazzo di fronte crollò sommergendo gran parte dei presenti.

A casa tua

Una seconda esplosione, più forte della precedente, fece volare in aria diverse persone sulla strada di fronte, mentre zampilli di lava uscivano dai tombini come acqua dopo un tremendo temporale. La terra tremava come all'interno di un frullatore.

A casa tua. A casa tua. Questa frase gli rimbombò nella testa, per gli ultimi istanti in cui rimase vivo. Un sorriso, sul suo volto. Un sorriso amaro.
Lasciò cadere a terra il telefonino. Poi, il buio

mercoledì 7 maggio 2008

Amica


La mia amica Laura ha coraggio da vendere, lei. Non come me. L'ho vista piangere una sera; seduta (anzi, rannicchiata) sul divano, aveva un fazzoletto di fronte agli occhi lucidi, come se non volesse disturbare nessuno. I singhiozzi silenziosi attiravano la mia attenzione, ma quando lei se ne accorgeva, sorrideva a una battuta proveniente dal film che c'era in televisione. Massima ammirazione.

Poi

Poi si è rimboccata le maniche e ha preso la sua vita in mano. Ha ricominciato a studiare, ridere, vivere. Non ha dimenticato il suo assurdo amore, dopo più di tre mesi, ma l'ha covato nella parte più profonda del suo animo. Non ha disturbato nessuno, non ha imposto la propria sofferenza come un macigno su chiunque la circondi.
Certo, il cuore le rimbomba ancora come un pazzo, e puoi sentirlo davvero, quando passa in quella strada dove lui va a lezione, vorrei ben vedere. E sarà così ancora per molto tempo, lo sa e non ne ha paura. Sa di esserne ancora innamorata, tanto.
Ma poi si siede nel banco in fondo e si butta con tutta se stessa nella realizzazione del suo sogno.

La mia amica Laura mi ha insegnato tante cose, nonostante sia più piccola di me. Mi ha insegnato che nulla accade per caso, che tutto ha un significato. Anche la sofferenza di oggi, un giorno avrà una spiegazione. La mia amica Laura mi ha insegnato che a volte staccare la spina, sedersi e respirare a fondo, serve molto più che insistere a martellare sulla pietra più dura.
Mi ha insegnato che non tutto il male vien per nuocere, e che esseri meravigliosi come noi che vivono quasi esclusivamente con il cuore, alla fine vengono sempre premiati.
Ma, soprattutto, mi ha insegnato a volermi bene.

Quindi grazie, amica.

mercoledì 30 aprile 2008

Il punto


E allora qual'è il punto?

Giacomo guardò Ilaria negli occhi, bevve un sorso di birra tiepida e cercò di riordinare le idee.
Sapeva che quella domanda sarebbe arrivata, prima o poi, era nell’aria da una buona mezz’ora. Gli amici solitamente hanno la tendenza a non chiedere certe cose, anche se ne avrebbero tutti i diritti, pensò. Anzi, ne avrebbero il dovere! Invece no: se ne stano li, fermi e zitti, ti ascoltano in silenzio e ti dicono che tutto si aggiusterà. Ti guardano con uno sguardo sinceramente triste, ti danno pacche sulle spalle e ti dicono che presto le cose torneranno a girare per il verso giusto.
Ilaria era sempre stata differente. Aveva ascoltato tutta la sua storia, l’aveva guardato attentamente per diversi minuti, mentre lui snocciolava la questione, analizzando in modo il più possibile distaccato la sua recente depressione. Aveva annuito dopo alcuni passaggi, aveva scosso la testa dopo altri, ma non aveva mai commentato. Non lo aveva mai interrotto.
Poi, quando lui aveva finito di parlare, soddisfatto di come aveva elaborato con chiarezza e perfezione la situazione, lei aveva sorriso. Aveva guardato per qualche secondo nella sua tazzina di caffè, come se stesse cercando una qualche ispirazione. Poi aveva fatto quella domanda.

Lui e Giada si erano amati a lungo. Poi, un giorno, lei lo aveva lasciato. Lui non sapeva se lei avesse conosciuto un altro ragazzo, però era l’unica spiegazione che riusciva a darsi, quando mordeva le lenzuola nelle notti insonni. Spesso è più facile trovare qualcosa a cui dare la colpa, quando le cose non vanno, e forse Giada aveva fatto lo stesso ragionamento.
Aveva deciso di superare la cosa: spesso cercava di convincersi che alla sua età si credono speciali delle storie normali. Era uscito con diverse ragazze, dopo i fatti. Ma nessuna era lei.
Claudia, ad esempio. Lei era una ragazza splendida, bellissima, ambita dal cinquanta per cento almeno del suo corso. Erano andati a letto diverse volte, dopo che Giada se n’era andata, e sicuramente gli era piaciuto. Però, purtroppo, non era lei.
Paola, poi. Paola si era innamorata di lui, della sua capacità di raccontare le storie, di inventarsi un regno tutto loro dove scappare, quando il mondo era troppo brutto per viverci. Insieme, lui e Paola, avevano viaggiato, parlando al telefonino: una notte erano stati sultani di un piccolo ma ricco paese orientale, la notte successiva lei si era per incanto trasformata in una pericolosa ricercata, e lui in un poliziotto che la aiutava a fuggire. Paola aveva cercato di uccidersi, l’anno precedente, e gli chiedeva spesso, prima di chiudere la telefonata, come sarebbe potuta sopravvivere se lui non fosse comparso all’improvviso. Avevano fatto l’amore, una sera, guardandosi negli occhi, con le dita intrecciate e un sospiro soltanto. Ma non era lei. Paola aveva tutto per essere amata, per essere la donna giusta: tristezza, follia, bellezza, profondità, cultura. Ma non era Giada.
Forse il problema era che lui e Giada avevano continuato a sentirsi, di tanto in tanto: erano telefonate brevi, fanciullesche, per la maggior parte silenziose. Lei gli diceva “mi manchi”, “forse ho fatto un errore”. Lui respirava piano, cercando di rallentare il battito, sapendo che qualunque cosa avesse detto, non sarebbe servito. O forse era lui a essere sbagliato. Non era mai riuscito a concepire un rapporto con una donna privo della profondità degli occhi, dell’emozione del primo contatto fisico; nelle storie che lui amava raccontare c’era sempre uno sguardo individuato in mezzo a mille, che sapeva entrare nel profondo dell’animo e attanagliare le emozioni più intestine. Pensava fosse stupido perder tempo con qualcuno che non sa suscitarti quel tipo di emozioni: la vita è troppo breve per banalizzare se stesso con un amore che non è amore.
Il dolore, col passare dei giorni, era stato sostituito da una sostanziale apatia che gli aveva permesso di ricominciare a vivere, ma lo stare bene, beh, era un’altra cosa. Riusciva a passare anche due o tre giorni senza pensare a Giada, era tornato a ridere e a bere con gli amici di sempre.

Poi, aveva incontrato Ilaria al solito bar. Erano diversi mesi che non si vedevano e lei voleva essere aggiornata su tutto. Ilaria adorava Giada: aveva spesso sostenuto che erano perfetti insieme, la dimostrazione che l’amore davvero può avere un significato.
Poi, quella domanda.

“Giacomo, ho capito perfettamente la situazione”, aggiunse, visto che il nostro non era riuscito a far altro che borbottare qualcosa, “Ma il punto qual è? Mi hai raccontato tutta la storia come se fosse scritta su un libro dell’ottocento, come se l’avessi letta centinaia di volte. Hai perfettamente in mente la tua situazione, e non posso credere che il vecchio amico che io conosco così bene possa essere ancora qui, dopo tutto questo tempo, a piangersi addosso su quanto la vita sia stata ingiusta con lui. Tu non piaci alle donne, tu le fai innamorare. È un dono prezioso questo, non devi sottovalutarlo. Ma devi trovare questo maledetto “punto” adesso. Devi, dopo esserti raccontato per centomila volte questa storia, rispondere a una semplice domanda: e quindi?”

Giacomo guardò con rassegnazione il sorriso malefico che si era disegnato sulle labbra perfette della sua amica. Aveva ragione. Era perfetta la ricostruzione dei fatti, era perfetto tutto. Aveva addirittura ragione, quando pensava che Giada un giorno si sarebbe pentita di tutto. E quindi?

Quindi disse ciò che aveva nel cuore, l’ultima parte della storia, quella che non aveva raccontato a nessuno. Che aveva cercato in tutti i modi di nascondere anche a se stesso.
“E quindi, mia cara, io non voglio essere come tutti gli altri. Tutti avrebbero sorriso, dopo il lungo pianto, e avrebbero continuato a vivere la propria vita, buttandosi nel lavoro, nello studio, ma soprattutto tra le braccia di un’altra. Tutti avrebbero ascoltato canzoni tristi e coraggiose, avrebbero intonato Farewell di Guccini e voltato pagina su una storia che altro non era che una storia normale.
Ma io so che la mia era speciale. L’amore, se ce l’hai nel cuore, non puoi espellerlo. O lo annaffi, e lo curi, oppure ti marcisce dentro, e ti distrugge. Quindi vivrò la mia vita, ovviamente; continuerò a seguire i miei sogni, uno dopo l’altro. Ma non le dirò mai: “forse un tempo le mie parole potevano commuoverti, ma ora è inutile perché ogni volta che piangi e che ridi, non piangi e non ridi con me”. Perchè un giorno lei guarderà indietro a quello che siamo stati noi due, e io farò lo stesso: potremo avere un sacco di rimpianti, un sacco di rimorsi, oppure potremo pensare che nonostante il male che ci siamo fatti, siamo stati speciali l’uno per l’altra. Ilaria, capiscimi almeno tu: ecco qual è il punto. Io voglio continuare a essere speciale, e voglio che lei continui a esserlo. Perché quel giorno, in mezzo a mille, lei ha catturato il mio sguardo e l’ha fatto suo, e quando la guardo negli occhi, vedo ancora la stessa luce. Non posso pensare che non voglia significare nulla”.

Ilaria sorrise. “Eccoti, Giacomo. Sei tornato”.

martedì 22 aprile 2008

Incontro


L'uomo è seduto su una panchina di pietra, una di quelle che circondano la piazza.
Avrà 50, forse 60 anni, è grande e grosso. Ha una camicia che potrebbe coprire un'utilitaria in caso di pioggia, se volesse; un paio di enormi pantaloni scuri e due canoe al posto delle scarpe.
Mi correggo, non è seduto su quella panchina: ci è crollato letteralmente sopra, qualche minuto fa, e non si è più mosso. Singhiozza come singhiozzano i bambini di cinque anni a cui hanno portato via il lecca lecca. Il volto rotondo è ricoperto da una folta barba grigia, che si sta inzuppando delle lacrime che gli sgorgano dagli occhi, come un fiume che straripa dopo giorni di pioggia.
Tra le mani ha un foglio di carta, mezzo piegato e stropicciato.

Io sto passando proprio in quel momento. Il vuoto che ho dentro è in parte colmato dalla musica di De Adrè. Lui mi capisce, lui ha provato le stesse cose che provo io, le ha elaborate e trasformate in poesia. Sicuramente lo invidio per questo.
Una vocina nella testa mi stuzzica: "Hai sempre voluto essere triste e coraggioso come lui. Bene, ora che lo sei, non ti lamentare".
Incrocio lo sguardo dell'omone. Non cerca conforto, a differenza di me. Passo oltre, facendo finta di nulla, ma quegli occhi grandi e lucidi mi hanno aperto una voragine dentro.
Mi volto, lo guardo. Ha abbassato gli occhi, legge qualcosa.
Torno indietro, mi siedo vicino a lui, tolgo un'auricolare che suona Hotel Supramonte.
Non so cosa sto facendo, ma sto fermo li a guardarlo, seduto a pochi centimetri: il suo grosso torace si gonfia ad ogni respiro, ho la sensazione che possa esplodere da un momento all'altro.

Ma non succede. Anzi, si calma quasi, e il pianto diventa leggero, quasi impercettibile. Poi parla.

Ho perso una figlia, l'ho persa senza averla mai vista. Lei, la mia ragazza, era incinta, quando se n'è andata da me, per tornare al suo paese. In Argentina. Non me l'aveva detto e non potevo saperlo. Poi mi ha scritto anni dopo, dicendo che era felice, perchè aveva Paula. Mia figlia. Mi ha detto che dovevo andare a trovarle. Io non l'ho mai fatto, perchè l'odiavo per avermi lasciato qui solo, senza spiegazioni. Non le ho nemmeno risposto alla lettera.

Non lo interrompo, vorrei alzarmi per andarmene anzi. Ma rimango seduto, come impetrito.

Sono sempre rimasto solo, da quel giorno. Non sapevo se odiarmi o odiarla, se amarmi o amarla. Ho deciso di non scegliere, e ho vissuto senza vivere. Sono passati quasi vent'anni, lei mi ha telefonato e mi ha detto che Paula si sarebbe sposata. Le ho detto di lasciarmi stare, come uno stupido orso. Non ho perdonato, nemmeno così tanto tempo dopo, perchè? Perchè sono uno stupido, uno stupido orso.
Ora mia figlia ha avuto un incidente, e l'ho persa senza mai vederla.


Cazzo, penso. Dovrei trovare in fretta qualcosa da dire. Ma non riesco a dire nulla.
Lui mi guarda, per la prima volta da quando mi son seduto qui.
"Cosa ascolti?" mi chiede. De Andrè rispondo io. Gli porgo un'auricolare. Rimini sta suonando, in quel momento. Fa sparire la cuffia nella sua enorme mano, e l'avvicina all'orecchio.
Ascoltiamo insieme, senza parlare. Guardo la gente che passa: c'è chi ride, chi urla, chi parla, chi bacia e chi litiga al telefono.
Quest'uomo enorme, le sue lacrime, la sua storia... stanno risucchiando via il mio dolore. So che tornerà, tra quelche istante, ma per ora no. Si è fatto carico di tutta la mia sofferenza, condividendo con me la sua.

Finita la canzone mi restituisce l'auricolare. Mi ringrazia e si alza. E cammina verso una via laterale, che imbocca senza voltarsi.
Io rimango seduto ancora per qualche minuto. Vorrei correre a casa di lei, per abbracciarla. Ma rimango seduto, con la musica nell'unica auricolare che mi rimane.

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dov'è finito il tuo cuore, ma dov'è finito il tuo cuore.