venerdì 28 aprile 2006

Amore e Psiche


La statua, non viene creata dal nulla: esiste già nel blocco di marmo, è sufficiente eliminare tutto ciò che sta intorno. Non è la stessa cosa per qualunque sentimento umano? Non sono già lì, mescolati a tutte le sensazioni che ci rendono diffidenti, premurosi, spaventati, che non ci lasciano esporre? L'innamoramento, l'amicizia, l'affetto... sono tutti sentimenti "per levare". Ne sono assolutissimamentissimamentissimamente sicuro. Stop.

giovedì 27 aprile 2006

Il parere dello psicologo


Credo, anzi sono sicuro, che quasi tutti gli studenti di psicologia, quando hanno iniziato il loro corso di studi, erano convinti di una cosa: che prima o poi, col susseguirsi dei corsi, degli esami e dei vari tirocini, avrebbero trovato la risposta a tutti gli interrogativi cui la vita ci pone davanti.
Questa convinzione è alimentata da diversi fattori, e non è propria soltanto degli ignari studenti di psicologia: sono molti infatti gli "specialisti", gli "esperti", gli "opinionisti" che riempiono ormai lo share televisivo, i quali propinano pareri omniscenti, trovando sempre la spiegazione per quell'omicidio, per quella strage, per quel fenomeno. Di Crepèt qualsiasi è pieno non soltanto il piccolo schermo, ma anche gran parte della carta stampata: non mancano poi i quotidiani interventi di psichiatri e psicoterapeuti stranieri, che dalle università della Pensylvennia forniscono statistiche, studi elaborati... Questo "Popolo della psicologia" spiega tutto, insomma.
Ben presto però i "nostri" studenti sarano posti di fronte alla dura realtà: la psicologia, purtroppo, non spiega proprio un cazzo. Anzi, complica tutto; essa pone infatti l'essere umano di fronte ai propri limiti, di fronte al dolore e alla sofferenza che caratterizza la vita di tutti noi. Non propina inoltre risposte da contrapporre a questo dolore, ma in modo del tutto non invasivo cerca di convincere le persone che certi mali non vanno evitati, vanno semplicemente accettati e sopportati. Grazie tante, vien da dire. Col passare del tempo, però, ci si rende conto che se davvero si capisce quel piccolissimo concetto, forse è davvero più facile, questo mondo. Lo studente di psicologia a quel punto ha due strade davanti: diventare un Paolo Crepèt qualsiasi, e far credere all'uditorio di possedere la risposta a tutto, soddisfacente e rassicurante, oppure far capire ad amici, parenti e conoscenti tutti che non è "il male" ciò su cui dobbiamo porre l'attenzione, ma bensì ciò che ci spinge a identificare "il male" e, soprattutto, il perchè decidiamo di confidarci con una persona, che sia essa uno psicologo, un genitore, un amico. Dalla relazione con l'altro, si può capire veramente come sfuggire la sofferenza.
Questo, la gente non lo sospetta. Molto più facile affidarsi a una risposta scientifica, a paroloni quali "complesso edipico", "fissazione orale", "edonismo"... Come se poi con una piccola medicina si potesse, identificato il male, guarire completamente... Vaffanculo, psicologia, ci hai davvero fregati tutti. E ce lo meritiamo, in fondo.

domenica 16 aprile 2006

Effetto Placebo


Ci sono quelle sere in cui, cazzo, ti senti davvero una merda.
Prima di tutto l'abbigliamento non funziona: le scarpe sono sporche, i jeans cadono peggio della pelle di uno stoccafisso appeso ad un gancio all'esterno di un negozio in riva al mare, la maglia ha il colletto troppo alto, perfino le maniche sono sbordate e asimmetriche.
Ti sei visto i capelli, poi? Sembra che ti sei appena tolto il casco dopo un intero granpremio di formula uno, in estate. La barba poi... Quant'è che non te la fai? Una settimana almeno. Sembri un comunista, ti dice tua nonna. Non apriamo questa parentesi, le rispondi tu.
Gli amici sono particolarmente scazzati: si beve in silenzio, si parla in modo qualunquista, si guardano passare le ragazzine in fiore quasi all'unisono. Sembriamo gli spettatori di un incontro di tennis, la testa che si stacca da un culo per incollarsi inesorabilmente su un'altro. E no, non chiamateci sfigati, siamo gli eroi più spietati del mondo, in altre occasioni; questa purtroppo è solo una di quelle sere in cui. Dopo innumerevoli tentativi riesci a trovare la più preziosa delle amiche, sta andando il quel buco di merda a ballare. Dio mio no, non è possibile. Però ci pensi, e ti dici che il fondo già l'hai toccato, stasera, e ci vai. La raggiungi guidando forte, almeno per quei minuti di viaggio ti senti davvero fico e perfetto: le strade deserte devono soltanto badare a te, al tuo piede premuto fino in fondo su un'accelleratore non abituato a ritmi diversi.
Davanti al locale ovviamente nn c'è posto per parcheggiare, ma l'abbiamo già detto che era una di quelle serate, e tu non sei solito lamentarti con ciclo continuativo. Lasci il mezzo a quasi un chilometro di distanza, cammini poi con le mani in tasca e le spalle leggermente alte: è incredibile come cerchi di sembrar un minimo stiloso anche quando nessuno è lì a guardarti. Lo fai per te, unicamente per la tua autostima, e sai che molto di quelloc he succederà dopo dipende da questo. Molti sottovalutano questi momenti, ma tu no.
Arrivi finalmente, e lei è lì che ti aspetta, come avevi sospettato: entrate nel buco e stranamente non vi stupisce il fatto che sia praticamente deserto (le serate di merda sono così). Vi sedete su un divanetto, il solito per la precisione, parlando di voi e dei reciproci futuri. Dopo un po' lei se ne vuole andare, tu sei indeciso sul da farsi, poi decidi di seguirla: ci hai pensato, andare a dormire in momenti come quelli è davvero l'unica soluzione. Poi, mentre esci, la vedi entrare. Non sai nemmeno come si chiama, la vedi però ovunque tu vada, da qualche tempo, e avresti più volte voluto avvicinarla. La vedi, si avvicina, lei ti vede. Passandoti accanto sei sicuro che in quei pochi istanti in cui il tuo sguardo è stato nel suo, lei abbia sorriso. Nonostante tutto continui a camminare, segui la tua amica in strada, ti alzi il bavero della giacca e dopo averla presa sottobraccio camminate quasi danzando verso la macchina. Quella ragazza misteriosa, maledizione, e il suo benefico effetto Placebo... Tra qualche minuto svanirà, vorresti essere rimasto ancora un po' per prolungarne gli effetti. Ma cammini, quasi danzando, verso la macchina che ti porterà a casa: un'altra serata se ne sta per andare, mentre la pastiglia di zucchero che pensavi fosse una soluzione definitiva, lentamente, si scioglie nello stomaco.

venerdì 14 aprile 2006

Utilità


Quanto sono inutili. Un simile commento, son pronto a scommetterlo, è venuto per lo meno in mente a ciascuno di voi, riferito a quei piccoli insetti comunemente conosciuti come zanzare. Poco importa che esse appartengano all'ordine dei Ditteri, sottordine Nematoceri, famiglia Culicidi: sono zanzare. E come tali sono caratterizzate dalla fastidiosa abitudine di succhiare il sangue lasciando uno sgradevole prurito, resa ancor più perniciosa proprio dal fatto che apparentemente esse non hanno un'utilità per il mondo. Senza zanzare, intendiamoci, il la vita di tutti noi andrebbe avanti lo stesso.

Bene. La prossima volta che penserete: "le zanzare non servono a nulla", per una volta, considerate invece che siete voi che servite alle zanzare, per vivere. Fa uno strano effetto non essere sempre al centro del mondo, vero?

mercoledì 5 aprile 2006

Dichiarazione d'amore


Lo sapevo, mi hai tradito ancora.
Ricordo come fosse ieri, la mia prima dichiarazione d'amore: seduto su una sedia col pagliericcio, i miei piedi che non toccavano terra; mia madre cucinava alle mie spalle, una bibita gigante sul tavolo mi nascondeva in parte il televisore, mentre Matthaeus regalava un sogno che io nella mia fanciullezza non potevo immaginare essere così atteso, sudato, ambito, affossando il Napoli di Maradona. Maradona, il più grande giocatore del mondo, non aveva potuto nulla contro di te. Ricordo l'abbraccio di mia madre, il mio sguardo che rimbalzava mai stanco tra gli occhi di lei e quel fiume umano che invadeva un campo, poco prima terreno di battaglia, ora di festa.
Ho deciso di amare i tuoi colori. E di seguirti. Le prime cicatrici le ho dovute sopportare già da subito, le gioie che mi avevi promesso, però, me le hai donate tutte: solo chi divide questa passione con me sa cosa significa essere innamorati di un simbolo, di un ideale; solo chi ti ama davvero sa rialzarsi da una caduta brusca o da un'illusione per poi tornare, più forte e sorridente di prima, a sedersi su un divano e abbracciare il cane, da solo, per una semplice vittoria inaspettata. Cosa vogliono, adesso, tutti quelli che, ancora, mi coprono di insulti, mi scherniscono e ridono alle mie spalle, godendo nell'unico modo che è loro possibile? Non hanno ancora capito che invece dovrebbero inchinarsi davanti a me, capire che la mia è una vera passione che nasce da dentro? Se non ne faccio una questione personale non è per rassegnazione: non si devono stupire se agli insulti risponderò con un sorriso accennato, guardandoli negli occhi. Devono saperlo, è questo lo spirito romantico maledetto che caratterizza quelli come me.
Mi hai deluso ancora, ancora una volta mi hai tradito. Ma non ti preoccupare, io non farò lo stesso. Sarò nuovamente fedele al sentimento esploso nel cuoricino di quel "me" bambino, seduto davanti a un televisore, mentre Matthaeus, da trenta metri, affossava il Napoli di Maradona. Il più grande giocatore del mondo.

mercoledì 29 marzo 2006

Piccole competizioni quotidiane


L'altra mattina me ne stavo comodamente seduto sul treno delle 7.13 destinazione Torino e guardavo fuori dal finestrino. Recenti statistiche americane dimostrano che non c'è davvero nulla di strano in ciò: infatti il 65% della gente che viaggia su rotaie guarda fuori dal vetro. Questo calcolo incrementa se si limita la nostra analisi soltanto a coloro che durante il tragitto, per scelta o sorte, si trovano seduti vicino al suddetto finestrino (85%), per giungere alla significativa statistica di 98% se si considerano soltanto coloro che viaggiano situati in quella favorevole posizione e non sono in compagnia di amici o conoscenti con cui intrattenersi in conversazione (cosa faccia il restante 2% in questo caso, non è dato saperlo). Bene, mentre il convoglio si trascinava stancamente verso la sua (e mia) meta, condensando in se stesso gli stati d'animo di tutti i pendolari mattutini costretti a svegliarsi, per lo meno, alle 6.30, dovevo trovare un'occupazione per non addormentarmi (e rischiare così di ritrovarmi ad Aosta o, peggio, oltre qualche confine) o per non annoiarmi oltremodo. Insomma, dovevo ammazzare il tempo. Essendo io di mente fantasiosa e soprattutto annoverando nel mio personalissimo "curriculum" anni di animatore oratoriano, non ho mai riscontrato particolari difficoltà nell'inventare piccoli giochi stupidi per adempiere a questa annosa questione del "passatempo": cercai dunque, inutilmente, per almeno dieci minuti buoni, di sfatare l'antico mito secondo cui è impossibile far scivolare lo sguardo sugli oggetti in movimento (anche se a dire il vero, non erano gli oggetti a muoversi, ma bensì il treno), mantendoli a fuoco: sembra infatti che gli occhi umani siano concepiti per "incollarsi" su punti fissi. Sconsolato notai poi che era cominciato a piovere: subito maledii la mia condizione che mutava da "pendolare" a "pendolare-senza-ombrello-o-cappuccio-impermeabile-alcuno). La tristezza svanì però nel momento in cui notai che la precipitazione atmosferica mi dava modo di creare un nuovo gioco che mia vrebbe tenuto occupato per un po', visti gli scarsi risultati ottenuti nei pochi minuti inziali di viaggio con l'altro espediente, prima descritto. Alcune gocce di pioggia infatti si erano posate sulla superficie esterna dei finestrini: grazie al movimento del treno, alcune di esse percorrevano longitudinalmente la lunghezza del medesimo, rincorrendosi in una gara senza ritorno e inglobando con fare cannibalistico tutte le sorelle malauguratamente cadute sul loro percorso.
Decisi dunque di promuovere una vera e propria competizione tra le goccioline gareggianti: notai però dopo soli pochi minuti che una gara di questo tipo non aveva un grande significato sportivo: infatti raramente le particelle acquose prescelte prendevano il via contemporaneamente: la fortunata spinta dal vento per prima, risultava sempre la vincitrice sul traguardo virtuale tracciato da una piccola riga sul vetro (questo probabilmente era dovuto al fatto che le condizoni atomosferiche, la conformazione del tracciato di gara e la composizione delle gocce era pressochè la medesima). Lo sconforto a questo punto era molto: pensai addirittura di distogliere il mio sguardo dal vetro e di (udite udite) studiare un po'. Ecco accadere però il miracolo: nell'ultima gara utile del gran premio su vetro per goccie d'acqua piovana, una delle due partecipanti partì con netto svantaggio temporale, ritrovandosi a rincorrere di parecchi centimetri (potete ben immaginare che, sebbene comunemente pochi centimetri non siano nulla, per una gara di velocità su finestrino ferroviario siano decisivi). La sfavorita però, non perdendosi d'animo, a pochi secondi dall'arrivo accellerò in maniera originale, aggirando sulla destra l'avversaria, superandola e vincendo al fotofinish. Per poco non mi alzai in piedi, urlando la mia gioia a pieni polmoni: era un momento storico per l'umanità intera, anche se le circa trenta persone nel vagone non avrebbero mai potuto capire. Se una semplice, minuscola, sfavorita gocciolina, partita con netto svantaggio per colpa del fato, della sorte o di fattori ignoti allo scibile, riusciva nonostante tutto a trionfare in maniera brillante, voleva dire che c'è davvero speranza per tutti. Ce la può fare l'operaio precario a 8oo euro al mese, ce la può fare lo studente al 4° anno fuoricorso, ce la può fare la casalinga vedova con tre figli. Ce la può fare inoltre uno che sogna di far lo scrittore, o il fotografo, o entrambe le cose, anche se tutto sembra contro di lui.
Erano le 7.46 e Torino era sempre più vicina. Un'altro giorno stava per cominciare. Poco importa se l'ottimismo procuratomi dalla mia eroica goccia di pioggia, avrebbe scemato nell'arco della giornata. Questa è un'altra storia. Ah ah ah.

martedì 21 marzo 2006

L'origine

Nasce oggi il mio primo blog. Anzi, spiegamoci meglio: non è effettivamente il primo, dato che ne ho iniziati tanti, ma nessuno mi ha davvero soddisfatto. E nulla mi dice che per quest'ultimo nato il destino sarà diverso. Ma tant'è, se non inizio, non lo potrò sapere. Per ora un semplice ringraziamento è d'obbligo: a Pietro, compagni di classe prima e amico poi, che con la sua capacità innata di stendere i suoi pensieri su fogli informatici, mi ha convinto ad iniziare questa nuova "avventura". Senza di lui, probabilmente starei giocando a scudetto ascoltando un disco scadente.

Che si apra il sipario