lunedì 8 giugno 2009

Al bar


L'altra sera mi sono ritrovato a parlare con un mio amico: non ci siamo mai frequentati molto, ma quando ci capita di incontrarci da qualche parte ci raccontiamo volentieri le ultime news, possibilmente annaffiando il tutto di birra.
Mi ha raccontato del lavoro, della sorella partita per l'erasmus, della sua ragazza storica che l'ha lasciato, ormai nove mesi fa circa. Una lunga gravidanza di dolore, l'ha chiamata.
Si parlava poi di desideri e cose del genere, e lui ha detto che, potendo esprimere un desiderio ora come ora, vorrebbe che lei si pentisse e tornasse sui suoi passi.
Vorresti veramente tornare con lei? Gli ho chiesto, rovesciando a terra parte della birra ormai calda. Si, mi ha risposto lui, ma la manderei a quel paese; vorrei solo che tornasse, che si innamorasse di nuovo di me come io lo ero di lei quando mi ha lasciato, per farle il male che lei ha fatto a me, per prima.
Io non ci stavo: cioè, se tu potessi esprimere qualunque desiderio, anche avere tutte le donne del mondo ai tuoi piedi, oppure, che ne so, cento mila miliardi di euro in banca, oppure poter volare, poter essere il miglior giocatore di calcio al mondo, poter uccidere Berlusconi... Beh, rinunceresti a tutto questo solo per far soffrire lei?
Si, mi ha risposto.
Non capisco, gli ho detto io. Cioè, chi mi conosce sa che anche io sono stato lasciato in modo non del tutto carino da una ragazza che mi aveva coinvolto completamente, distruggendo gran parte delle mie certezze e rivelandosi essere ciò che mai avrei creduto. Soffrivo si, ma nove mesi dopo non avrei rinunciato a un desiderio qualsiasi per il puro gusto di vendicarmi. Non l'avrebbe meritato.
Tu l'avevi pure tradita quella, mi ha risposto lui, in modo sbrigativo. E poi non è la stessa cosa. Io sono felice della mia vita, e l'unica cosa che potrei desiderare ora non sono cento milioni in banca o un Berlusconi in meno al mondo, ma che lei soffra. Per me, perchè farebbe stare meglio me.

Se uno arriva a desiderare il male della persona che lo ha lasciato, nonostante l'amore che c'era prima, secondo me ancora l'ama. Un amore che si trasforma in odio non è poi cosa tanto rara: è nella natura umana, si chiama meccanismo di difesa.
L'indifferenza è il vero contrario dell'amore, non l'odio.
Ma non gliel'ho detto:la verità a volte fa male, e non vorrei che la prossima volta che gli verrà data l'opportunità di esprimere un desiderio, lo sprechi pensando a me.

domenica 10 maggio 2009

Il paese è reale


Sono andato al cinema da solo, ieri sera. Ogni tanto lo faccio, l'ho scritto anche in un post di non molto tempo fa.
Poco lontano da me c'era un gruppetto di ragazzine, avranno avuto al massimo 14 anni. Erano in quattro se ricordo bene, forse cinque: vestite troppo eleganti per una sera braidese a base di pizza e cinema, imbruttite dal trucco e dai segni dell'adolescenza.
Una di loro, quella seduta più vicino a me, piangeva. Piangeva forte, senza singhiozzi però le lacrime non si fermavano. Le altre ridevano invece. Ridevano e mandavano sms. La più brutta di loro, sformata dentro una maglietta super aderente che sottolineava maggiormente la sua obesità che un giorno (non lontano) le darà sicuramente non pochi problemi, rideva sputando pezzi di pop corn e sudando copiosamente. Intanto la loro presunta amica, piangeva.
Durante tutto il film, un'avventura anche abbastanza carina del più famoso degli X men (avevo bisogno di una dose di cinema trash, non giudicatemi; e poi il bambino che è in me ama i fumetti, chi mi conosce lo sa), lei non ha guardato penso nemmeno un fotogramma. Ogni tanto guardava il cellulare, dentro la borsa; per il resto i suoi occhi erano fissi sul pavimento.

Io sono una persona abbastanza cinica: solitamente se vedo una ragazzina quattordicenne, per lo più bruttarella, che piange e si dispera per (probabilmente) un amore mai iniziato, non mi commuovo più di tanto. Sicuramente il ragazzo per cui lei era convinta che la sua vita finisse quel giorno, era a casa a ridere e scherzare con amici, ridere di lei sicuramente.
Quello che mi ha fatto riflettere è il comportamento delle amiche cesse: lei piange, al cinema, al tuo fianco, e tu che fai? Ridi e spari scemenze a ripetizione, non cagandola minimamente? Ai miei tempi esisteva una forma di potere che invidiavo molto: un potere capace di sconfiggere qualunque sofferenza, capace di resuscitare i morti e abbattere universi. Questo potere era la solidarietà femminile. Le mie compagne del liceo, quando una del branco era in difficoltà, abolivano qualunque programma, si chiudevano in una casa con clinex e gelato alla crema, e non ne uscivano fino a quando la malcapitata non aveva urlato al mondo il suo disprezzo per il genere maschile, promettendo magari di diventare lesbica.

Questo mi spaventa della generazione vicina alla mia. Che la gelosia è diventata più forte della solidarietà. Probabilmente l'amica obesa della ragazza piangente era internamente felice di qualunque male affliggesse la sua amica. Perchè questo rendeva meno pesante il suo senso di inutilità.


Colonna sonora del mese di maggio: Dente (foto), Paolo Benvegnù, Il paese è reale degli Afterhours.

lunedì 2 marzo 2009

Corrispondente di guerra


Mi presento. Sono Francesco Di Mauro, ho trentasette anni, e sono un corrispondente di guerra. Il mio lavoro è semplice, non ha bisogno di spiegazioni: quando in qualche paese del mondo c’è un conflitto armato di un qualche interesse per l’opinione pubblica, la testata giornalistica per la quale lavoro mi mette sul primo volo internazionale e in poche ore mi ritrovo sul campo. Nei primi quattro giorni devo garantire un pezzo al giorno, magari corredato di qualche fotografia che rappresenti bambini mutilati, donne sfigurate dal pianto, abitazioni dilaniate dalle bombe; quando invece lo scontro comincia a stabilizzarsi è sufficiente scrivere un resoconto o due a settimana: i lettori vogliono scoop nuovi, e un giornale che fa della morte il proprio frontespizio ha bisogno di novità, di calore, di freschezza.
Sono un corrispondente di guerra: il mio compito è raccontare il dolore e la sofferenza altrui, renderla un prodotto vendibile tra una pubblicità di pannolini e un servizio di alta moda: sono bravo nel mio lavoro, forse uno dei migliori. Proprio per questo ogni volta che entro in una sala stampa, o mi reco dietro le linee di combattimento per preparare un servizio o condurre un’intervista, i colleghi mi salutano con cenni ricchi di malcelata ammirazione.
Ho una bellissima moglie che si chiama Chiara, con la quale ho due figli: Giacomo e Alice. Giacomo ha quattordici anni e gli abbiamo appena comprato un motorino per andare a scuola, Alice ne ha sei ed è già in seconda elementare, perché essendo nata in marzo le abbiamo fatto fare la primina. È una bambina molto intelligente e precoce, dice sempre che vuole fare la giornalista come papà, da grande.

Sono un corrispondente di guerra, e la scorsa settimana mi hanno mandato in questo piccolo ma turbolento stato africano, nel quale l’ennesimo dittatore ha sollevato dall’incarico il predecessore con l’aiuto dell’esercito e il supporto euforico del popolo e quello tacito del governo degli Stati Uniti. Ma quest’ultima informazione ovviamente non dobbiamo scriverla, noi corrispondenti di guerra, perché tanto alla gente non è questo che interessa. La gente vuole il sangue, la morte, la sofferenza, non i giochi di potere che sono alle spalle di tutti questi orrori. Mia moglie Chiara non voleva che venissi in questo piccolo stato africano, perché erano già due mesi che non tornavo a casa: mi trovavo in Cecenia per raccontare gli scontri contro il potere centrale per l’indipendenza, e prima ancora avevo raccolto le testimonianze dei marines Usa in Iraq e Afganistan. Ci sarebbe stata la festa di compleanno della piccola Alice, e non avrei dovuto perdermela di nuovo, diceva. Inoltre ero già stato via da casa il giorno di Natale, che avevo trascorso in India, prima di recarmi sul confine col Pakistan per scrivere sulle tensioni locali. Alice capirà, le avevo detto velocemente, al telefono satellitare, prima di chiudere per fotografare le milizie locali in festa per la vittoria contro un gruppo di contadini ribelli.
Sono un corrispondente di guerra, e amo il mio lavoro. Per riuscire a raccontare la sofferenza di questi popoli a chi se ne sta comodamente seduto sul divano, ci vuole eleganza, trasporto, creatività. Ma nello stesso tempo è necessario un certo distacco, per evitare di essere coinvolti troppo nelle dinamiche del conflitto, ma soprattutto per riuscire a dormire la notte. E io sono uno dei migliori, e la notte dormo come un bambino.

Due giorni fa ero seduto in un bar con Alì, uno dei miei contatti locali: Alì mi raccontava di come alcune delle famiglie più ricche del paese fossero riuscite a creare una specie di controllo assoluto sulle risorse alimentari: in tal modo tutta la popolazione avrebbe potuto accedere alle scorte pagando un prezzo maggiorato, e ciò avrebbe garantito al governo del nuovo leader di avere fondi freschi per poter finanziare la guerra contro i focolai ribelli che si accendevano continuamente.
Mentre parlavamo una bomba era esplosa nel palazzo vicino al nostro: io e Alì ci eravamo buttati sotto il tavolino del bar, ma io, corrispondente di guerra ormai esperto e abituato a certe situazioni, non mi ero perso d’animo. Avevo estratto dalla borsa la mia macchina fotografica, ed ero riuscito a ritrarre alcuni dei miliziani che facevano irruzione nello stabile, con le armi in pugno. Probabilmente un covo di ribelli sotto attacco. Il cellulare aveva suonato, nel frattempo: avevo guardato lo schermo, era Chiara. Fortunatamente avevo rifiutato la chiamata appena in tempo per riuscire a fotografare un ragazzino che correva fuori dal palazzo, a piedi nudi, disarmato. Avrà avuto non più di quattordici anni, l’età del mio Giacomo: correva con tutta la forza che aveva in corpo verso il bar dove mi trovavo io, gli occhi sbarrati dal terrore, la bocca contorta da una smorfia disperata. Alle sue spalle due soldati miliziani avevano aperto il fuoco: tre colpi alla schiena e il ragazzo si era accasciato senza emettere un suono. Una foto incredibile.
L’avevo subito mandata al mio direttore, con un pezzo di fuoco nel quale raccontavo l’accaduto, infarcendolo di particolari e di emozioni.

Sono un corrispondente di guerra, e raccontare le emozioni fa parte del mio lavoro.
Oggi mi è arrivata la notizia dall’Italia: la fotografia raffigurante il giovane giustiziato dalle milizie ha vinto uno dei più importanti premi foto-giornalistici a livello europeo. Un riconoscimento che corona una carriera che mi ha reso un corrispondente di guerra famoso e rispettato. Ho immediatamente chiamato alcuni dei miei colleghi e il mio direttore, per dare la notizia. Le televisioni dell’intero Paese hanno contattato il mio giornale per avermi come ospite nei loro programmi di approfondimento.

Sono un corrispondente di guerra famoso e rispettato. Mi trovo dietro le quinte di uno dei teatri più belli e prestigiosi del mondo: tra pochi minuti salirò sul palco, dove, di fronte a un gran numero di autorità e celebrità riceverò il premio per la mia fotografia e il lavoro svolto nel paese africano.
Un premio importante e prestigioso, che corona la carriera di una vita.
Il telefonino vibra nella mia tasca, mentre il moderatore della serata pronuncia il mio nome e cominciano a scrosciare gli applausi del pubblico. È un breve messaggio di Chiara, mia moglie.
“Hai dedicato la tua vita a raccontare la distruzione del mondo, e così facendo hai distrutto la nostra vita. È finita, addio”.
Spengo il cellulare, il mio viso non tradisce nessuna emozione. Salgo sul palco e saluto con la mano, mi inchino e sorrido.
Sono un corrispondente di guerra. Questo è il mio lavoro, questa è l’unica cosa che ho sempre saputo fare.

martedì 3 febbraio 2009

Playlist


Tutte le mattine era la stessa storia: mia madre mi lasciava di fronte al cancello della scuola, mi dava un bacio e mi diceva di fare il bravo. Scendevo dall’auto, attraversavo la strada e mi appoggiavo al muretto che circondava il cortile; ipod nelle orecchie fumavo lentamente una sigaretta, guardando senza interesse quelle del primo anno che filavano dentro come pecore, puntuali come orologi svizzeri. Era un modo come un altro per godermi qualche minuto di solitudine, prima della routine quotidiana: un modo come un altro di sentirmi bene con me stesso.
Da qualche tempo a questa parte avevo composto una playlist particolare per questo momento, sul mio lettore mp3: Valentina. Valentina era una ragazza del primo anno, conosciuta quasi per sbaglio mentre mi trascinavo nei corridoi studenteschi con qualcuno dei miei soci. Non saprei spiegare cosa mi avesse colpito maggiormente, se il suo modo di camminare o il suo modo di vestire del tutto casuale, oppure quel sorriso così sincero da far male.
Forse ad avermi colpito era proprio il fatto che non riuscivo a spiegarmelo; comunque me ne stavo li, tutte le mattine, ad aspettare per vederla passare, coperta da qualcosa come tre chili di lana tra sciarpe, guanti e berrette colorate.
Quella mattina ricordo che non l’avevo vista arrivare: la campanella era già suonata da qualche minuto e avevo pensato che se ne fosse stata a casa. Faceva particolarmente freddo e nelle mie orecchie suonava Jeff Buckley. Avevo finalmente deciso di entrare quando, voltandomi verso la strada l’avevo vista camminare lenta, con le mani in tasca e lo sguardo basso. Mi ero bloccato, quasi imbarazzato: in strada c’eravamo solo noi, e se mi fossi gettato nel cortile verso l’ingresso, lei avrebbe sicuramente pensato che fuggivo o qualcosa del genere. Tanto meglio rimanermene qua fermo, facendo finta di nulla, mi ero detto tra me, mentre la musica che avevo raccolto per lei mi riempiva le orecchie.
Era a tre metri da me, quando si era fermata. Aveva guardato la facciata del liceo, al di là del cortile, poi aveva puntato quegli occhi troppo grandi verso di me. Facevo finta di nulla, guardando la punta della sigaretta sfidare l’aria ghiacciata.
“Senti, ne hai una?” Mi aveva chiesto. Era la prima volta che sentivo la sua voce. Senza rispondere le avevo allungato il pacchetto; non riuscivo a guardarla negli occhi, sembrava fossi io il bambino e lei la vecchia ragazza navigata.
“Ormai è tardi, tanto vale fumarsene una”, aveva aggiunto poi. Aveva preso il pacchetto, mentre io le offrivo la mia sigaretta per accendere la sua.
Un minuto di silenzio, poi un altro. Si guardava attorno, fumando piano, seduta sul muretto con le gambe incrociate. Il suo corpo era a pochi centimetri dal mio, potevo sentirne il calore, e ogni parola sembrava troppo stupida e banale per essere pronunciata, come in quel film di Tarantino, in cui lei dice a lui che si capisce di aver trovato una persona veramente importante quando si riesce a stare in silenzio senza dover dire per forza una banalità per rompere l’imbarazzo.
“Che ascolti?” Mi aveva chiesto poi. Con la mano nascosta nella tasca avevo cambiato playlist, mettendo sul casuale.
“Niente di che, roba”, le avevo risposto. “Posso?” mi aveva chiesto poi, allungando una mano e fissandomi negli occhi. Senza dire nulla le avevo passato il lettore, per poi far finta di scrivere un sms col telefonino.
Aveva inforcato e cuffie, smanettato un po’ con la selezione, e poi aveva ascoltato chissà quale pezzo in silenzio, guardando il cielo coprirsi di qualche spessa nuvola.
Finita la sigaretta l’aveva buttata a terra, era saltata giù dal muretto, e mi aveva sorriso. Per la prima volta aveva sorriso a me.
“Grazie”, aveva sospirato, gettando fuori l’ultimo sbuffo di fumo. Aveva rimesso l’ipod nella mia tasca e mi aveva salutato con la mano, con uno sguardo malizioso.
Camminando piano, si era avviata verso l’ingresso, ma a metà cortile si era fermata, aveva indugiato per qualche secondo, poi si era voltata verso di me. Immobile, pochi attimi simili a un’eternità.
“Domani mi fai sentire le altre”.
Poi era sparita all’interno dell’edificio.
Avevo tirato fuori il lettore dalla tasca e l’avevo acceso. Playlist Valentina, canzone 1.

Tutte le mattine era la stessa storia. Ma non quella mattina. Quella mattina era iniziata una storia diversa.

venerdì 23 gennaio 2009

A spasso con Billy


Guardo l’orologio appeso al muro sopra la televisione. Le sette. Fuori fa freddo, lo so. Troppo freddo per uscire, ma ai cani non interessa. Se non porto fuori Billy adesso che ho ancora la forza di farlo, poi questa notte farà un bel casino in cucina, e allora dovrò sopportarmi tutte le sue urla e pianti. E dire che il cane è suo: gliel’ho regalato per il nostro anniversario, tre anni fa. Mi aveva baciato con gli occhi lucidi quando aveva visto questo batuffolo di pelo con gli occhi grandi infiocchettato, era il miglior regalo di sempre, aveva detto. Poi avevamo fatto l’amore come non mai. Eravamo grandi insieme ai tempi, devo ammetterlo.

Spengo il televisore con il telecomando, rimango qualche secondo seduto nella stanza buia, poi mi alzo e mi avvicino all’armadio, per prendere il cappotto. Billy capisce subito, e mi saltella intorno, scodinzolando.
Scendo le scale saltando due scalini per volta, come facevo da ragazzo; apro la porticina del condominio e vengo investito da una folata d’aria gelida. Torino è ancora coperta in gran parte dalla neve caduta negli scorsi giorni: al telegiornale hanno detto che da trent’anni non si vedeva una tale nevicata. Mi ricordo a cosa si riferiscono. Ero poco più che un bambino, e mio nonno mi aveva preso sulle spalle per attraversare il parco ricoperto di neve. A lui arrivava fin sopra il ginocchio, e io che non raggiungevo il metro di altezza sarei affondato fino alle orecchie. È un ricordo nitido, questo: uno dei pochi che mi rimangono della mia infanzia.
Allungo un po’ il guinzaglio a Billy, in modo che possa fare i suoi bisogni, tranquillo, nel piccolo parco al centro della piazzetta, mentre io mi appoggio ad un albero e mi accendo una sigaretta.

Non so cosa possa essere, ma il mio rapporto con lei da qualche tempo è cambiato. Non ho mai creduto alla storia che l’amore ha una durata prestabilita, oltre la quale rimane una buona dose d’affetto, qualche carezza e poco più. Anzi, sono sicuro. Noi ci amiamo ancora. Ci sono dei momenti in cui la spio mentre dorme, la notte tardi, e mi so ancora stupire di quanto sia bella. Vorrei svegliarla, per fare l’amore come quando eravamo ragazzi, quando lo facevamo anche tre volte a notte, quando capitava. Ma poi mi blocco, e la lascio ai suoi sogni. Mi volto dall’altra parte e tento per diverse ore di prendere sonno. Inutilmente.
I silenzi di fronte alla televisione sono sempre più lunghi, non ci mandiamo sms e non ci telefoniamo mai durante il giorno. Eppure ci vorrebbe così poco, per riaccendere un po’ di passione. Un piccolo gesto, una carezza o un sorriso. Sto forse condannando a morte il nostro rapporto: una condanna per sfinimento, per fame. Lenta ma inesorabile.

Un vecchio col cappello mi passa accanto e mi porge un timido cenno di saluto. Non so chi sia, ma rispondo con educazione. Le dita che stritolano la sigaretta si stanno congelando, ma non importa: in casa non posso fumare, e l’unica alternativa è l’astinenza.
Billy sta annusando qualcosa dietro un grosso albero, mentre una coppia di ragazzi sulla ventina si siede su una panchina, al centro del giardinetto. Lui ha l’aria di un intellettuale di sinistra poco convinto di se: barba di diversi giorni e capelli spettinati; lei ha un’enorme sciarpa che le fascia il viso e camminava a occhi bassi, prima di sedersi.
Un bimbo vorrebbe salire sull’altalena, ma la madre lo trascina per un braccio, non badando alle sue urla capricciose.

Avremmo dovuto avere un bambino. Ce lo ripetono sempre, le altre coppie, quando ci invitano a cena. Sempre dopo aver messo a letto i loro, di figli. Sembra che il segreto per far funzionare un rapporto stia tutto nel mettere al mondo un fagotto urlante. Ci avevamo pensato, a dire il vero, più di una volta. Ma avrebbe voluto dire cambiare radicalmente le nostre vite. Laura aveva una forte passione per il lavoro e l’indipendenza: l’idea di mettere tutto da parte per crescere una creatura la spaventava. Anzi, la terrorizzava proprio. Gli anni sono passati, e adesso credo sia ormai troppo tardi per pensare a una cosa del genere: se le proponessi di fare un bambino ora, so come reagirebbe. In fondo abbiamo già un cane a cui badare, e non ci riesco nemmeno troppo bene.

I due ragazzi sulla panchina parlano piano. Non riesco a capire se litigano oppure no, ma lo credo improbabile: ogni tanto lei ride a una battuta di lui, che le accarezza una mano, quasi timidamente.
Per qualche secondo invidio la loro intimità: il caos del traffico intorno alla piazzetta, le persone che camminano e tutto il trambusto cittadino sembra non sfiorarli nemmeno, ora come ora.
Lui, ad un tratto, la bacia. Un bacio inatteso, improvviso. Le accarezza il viso con una mano, mentre l’altra si intreccia a quella di lei. Sembrano due quattordicenni che per la prima volta scoprono la magia racchiusa in quel semplice gesto.

E mi viene in mente quando ho incontrato Laura per la prima volta. Lavoravo come barman in un locale lungo il fiume; un locale frequentato soprattutto da studenti universitari alla ricerca dell’avventura da raccontare. L’avevo notata subito, tra mille. I suoi occhi. Le sue labbra, i suoi denti perfetti. Le sue mani appoggiate sul bancone. Avevo dato una spallata ad un altro barman del tempo, pur di poterla servire io. Lei aveva notato il gesto e si era divertita della cosa. Per tutta la sera avevamo giocato con gli sguardi; mi aveva aspettato all’uscita e avevamo fatto colazione insieme in un bar, prima che di accompagnarla a casa e ritrovarmi perdutamente innamorato.

La ragazza sta abbracciando il ragazzo. Ha gli occhi chiusi e l’aria confusa ma felice. È bellissima. Lui le appoggia la testa sulla spalla e le sussurra qualcosa.
Billy torna da me, scodinzolando. Tiene in bocca una pallina da tennis, trovata chissà dove. Lo accarezzo sulla testa, e mi avvio verso la porticina di casa. Un indiano che vende rose mi passa accanto. Lo fermo, e ne compro cinque per Laura, mentre i due giovani si alzano e camminano verso una via laterale. Lei lo tiene sottobraccio, sorridendo. Lui la guarda come se la vedesse per la prima volta.
Salgo in casa e metto le rose in un vaso.
Questa sera, appena entrerà in casa, la bacerò. Come la prima volta.
Mi ero perso, ma infondo non è mai troppo tardi, per ritrovare la strada.

domenica 11 gennaio 2009

Sogno


Il 2009 ha proprio l'aria di essere un bambino capriccioso, gioca con quella palla contro il muro e cerca di attirare la mia attenzione.
Io sono seduto al solito tavolo, cercando di leggere quel malloppo di articoli per prepararmi a chissà cosa, e lui butta la palla contro il muro.

Bum. Buuum. Bum! BUUM!

Alzo lo sguardo, con aria seria lo fisso per un paio di secondi, lui capisce e torna a guardare la sua palla colorata, tenendola tra le manine. Ha l'aria colpevole, anche se dovrei avercela io.
La fa rotolare piano verso il muro; lei rimbalza senza fare quasi rumore, e lentamente ma inesorabile si avvicina a me, fermando la propria corsa a pochi centimetri dal mio piede.
Lui non sa se avvicinarsi e prenderla o aspettare che gliela passi io.
Dopo un paio di minuti buoni, sbuffando getto la biro sui fogli sparsi, mi stiro la schiena, mi chino e prendo la palla tra le mani. Lui si alza e ha un sorriso speranzoso.
Per tutto l'anno scorso avevo desiderato di giocarci, di poterla finalmente vedere da vicino. Il 2008 infatti era un vecchio scorbutico con un bastone nodoso, e teneva questa stessa identica palla sopra una mensola, dietro la sua sedia a dondolo. Se mi avvicinavo, facendo finta di nulla, brontolava e sventolava in aria imprechi e bestemmie.
Ci sono tutti i colori del mondo, sparsi sulla superficie di questa stupida palla. Un gioco per bambini, come quello che ora si è avvicinato e allunga le sue manine sussurrandomi qualcosa. Qualcosa che ancora non capisco, ma che ho l'impressione che mi convenga stare ad ascoltare.

Il 2009 ha proprio l'aria di essere un bambino capriccioso.
Lo prendo in braccio, e gli racconto una storia.
In fondo, è la cosa che mi riesce meglio.

martedì 23 dicembre 2008

True love waits


La prima cosa che ho conosciuto di lei era il profumo di fragola. Ero seduto sul pullman che mi portava a casa dall’università, guardavo fuori dal finestrino. Se avessi saputo che film andava a cominciare, non sarei rimasto lì con quell’aria imbronciata e lo scazzo sempre acceso.
Era inverno: il sole tramontava dietro i palazzi, mentre lei seduta accanto a me si toglieva i guanti e la sciarpa. Mi ero voltato a guardarla per il suo profumo intenso e per il fatto che si era seduta di fianco a me, anche se c’erano decine di posti liberi. Aveva corso per prendere il pullman, aveva l’aria affannata, ma mi ero comunque immediatamente innamorato di lei. La madre dei miei figli, avevo pensato.
Il destino sa scherzare a volte, se poi la selezione casuale dell’iPod diventa sua complice, il gioco è fatto. Il suo sguardo aveva incontrato il mio proprio mentre le prime note di True love waits dei Radiohead prendevano vita nelle mie orecchie.
“Cosa ascolti?” mi aveva chiesto. Senza aspettare una risposta aveva afferrato un’auricolare, aveva ascoltato qualche secondo in silenzio, poi mi aveva detto, come se ci conoscessimo da sempre: “bella, mi piace. D’ora in poi sarà la nostra canzone”.

I'll drown my beliefs
to have you be in peace


Si chiamava Viola, aveva qualche anno in meno e, come avrei scoperto poco dopo, frequentava alcuni corsi insieme a me.
Durante una pausa si era avvicinata, mi aveva chiesto se avessi una sigaretta. Avevo smesso da poco tempo, e mi ero maledetto per questo. Lei aveva sbuffato, appoggiandosi al muro per catturare i pochi raggi di sole capaci di filtrare attraverso le maglie di un dicembre mai così freddo.
Avevamo parlato, principalmente di dischi e di arte, argomenti con i quali mi trovavo abbastanza a mio agio. Non me l’ero sentita di obiettare, quando aveva citato tra i suoi cinque album preferiti Bridge Over Troubled Water di Simon and Garfunkel. Avrei avuto tempo per farle cambiare idea.

I'll dress like your niece
to wash your swollen feet


Mi aveva parlato a lungo del suo ragazzo, un certo Claudio con cui stava da circa tre anni, mentre io avevo cercato di farle capire come le donne in cui mi ero imbattuto avevano sempre finito per deludermi. Tranne lei, ma non gliel’avevo mai detto. Uscivamo sempre più spesso, per un cinema, una birra scura o per un cappuccino in quel Caffé letterario che frequentavano tutti i giovani più cool in quel periodo. Più il sentimento per lei cresceva, meno ero capace di descriverlo. Adoravo ogni piccola cosa di lei: le tonnellate di piccole caramelle alla fragola che consumava ogni giorno per nascondere il puzzo del tabacco, i suoi orribili guanti colorati, la sua collezione di sorpresine kinder perfettamente ordinate sulla sua scrivania. Lei diceva di amare il mio lato malinconico, la mia capacità di nascondere a fondo i sentimenti. Giurava che prima di morire mi avrebbe visto piangere, ma lo diceva sorridendo. Migliori amici senza saperlo, affrontavamo la vita gettandoci l’uno sull’altro le rispettive paure; eravamo prigionieri su una nave chiamata ovvietà, dalla quale eravamo però troppo spaventati per decidere di saltare giù e affrontare il mare in burrasca dell’ignoto.

Just don't leave
don't leave


Gli anni erano passati, senza che riuscissi a dirle quello che provavo, tra un fallimento e l’altro di ogni singola relazione in cui mi ero buttato. Era così ovvio quello che avrei dovuto fare, che sembrava davvero troppo sbagliato. Lei aveva vinto un concorso in un’università a Berlino, era partita con la promessa di scriverci ogni giorno, di vederci il più possibile e di non dimenticare mai che eravamo come la gabbianella e il gatto del famoso racconto.
La sera prima di partire era venuta a salutarmi a casa, invece di andare da Claudio. A lui era sicuramente dispiaciuto, ma non aveva voluto discutere su questo. Eravamo rimasti sdraiati sul letto, ascoltando la nostra canzone in silenzio. Poi era partita. Non si era voltata e senza saperlo si era persa le lacrime che i miei occhi non erano riusciti a trattenere.

And true love waits
in haunted attics
and true love wins
on lollipops and crisps


Ci eravamo davvero sentiti praticamente ogni giorno durante la sua assenza. Era tornata carica di progetti e di entusiasmo per il futuro. Era un bel periodo per entrambi, fino a quando un giorno mi aveva detto che andava a vivere con Claudio. Lo aveva detto senza guardarmi negli occhi, imbarazzata dal silenzio che si era creato poi.
Ero felice per lei, ma una parte di me era schiacciata da questa notizia e aveva bisogno di bere.
Avevo regolato i conti con la cosa in un bar, la sera stessa, da solo.
Tornato a casa avevo ascoltato la nostra canzone mille e mille volte. Poi mi ero addormentato.

I'm not living
i'm just killing time


Avevo conosciuto una ragazza, poco dopo. Non conosceva i Radiohead, ma era dolce: sapeva di miele e cioccolato. Ci eravamo sposati quasi per gioco, in un marzo particolarmente troppo caldo per i miei gusti. Viola aveva partecipato alla cerimonia insieme a Claudio. Avevamo riso, scherzato, quel giorno, insieme ai parenti riuniti. Ma in me qualcosa non andava, e lo sapevo. Viola aveva il mio stesso sguardo.

Your tiny hands
your crazy kiss and smile


Come un sogno bruscamente interrotto, il mio matrimonio era finito senza che avessi nemmeno il tempo di rendermene conto. Avevo riportato le mie cose nel mio vecchio appartamento, felice di sentire che quel profumo di antico e libri troppe volte sfogliati non l’aveva abbandonato. Avevo 34 anni, un divorzio alle spalle e troppi fallimenti da sopportare, ma riuscivo ancora a essere ottimista sul futuro.
Una sera Viola aveva suonato il campanello. Le avevo aperto la porta, fuori diluviava e lei era fradicia. Mi aveva abbracciato, senza dire nulla, per diversi minuti.
Lei e Claudio si erano lasciati. Sapeva da sempre di non amarlo, ma si era lasciata trasportare dagli eventi per tutto quel tempo. Ora se ne rendeva conto.
Le avevo prestato una felpa, dentro la quale sembrava un piccolo pulcino bagnato; mi aveva chiesto se poteva fermarsi a dormire per quella notte soltanto. Era bastata.
Ci eravamo baciati, proprio mentre suonava la nostra canzone. Sapeva di fragola. Tutto ciò che mi era sembrato sbagliato in quegli anni, ora sembrava perfettamente coerente, meraviglioso e soprattutto giusto.

Just lonely, longing.

Mi aveva guardato negli occhi, subito dopo.
“È colpa della nostra canzone”, aveva detto. “Se ci siamo baciati?” le avevo chiesto io, accarezzandole i capelli, mentre se ne stava sdraiata affondando il parte del volto nel mio cuscino.
“No, se abbiamo aspettato così tanto”.
Avevo sorriso.
True love waits.