giovedì 3 aprile 2008

Una sera, dopo lavoro


Guidava piano, ma non per scelta. Il traffico era sempre lentissimo, la sera, quando usciva dall'ufficio. Era stata una giornata stressante: il suo capo, un porco di prima categoria, aveva insistito con le solite allusioni sessuali: lei non lo sopportava, ma era costretta a subire con uno stupidissimo abbozzo di sorriso.
Eppure un tempo aveva amato il suo lavoro alla galleria: lo stretto contatto con artisti famosi, la possibilità di esprimere la propria creatività, l'odore della pellicola appena stampata...
Un vecchio signore alla guida di una vecchia bmw, indeciso su quale strada prendere, le fece perdere l'ennesimo semaforo verde: sbuffò, ma nulla più. Solo qualche settimana prima avrebbe pigiato con tutta la forza che aveva il pugno sul clacson, ma da tempo ormai le cose erano cambiate. Non sapeva se era rassegnazione o stanchezza, ma nulla suscitava in lei stimoli alla rabbia, ormai. Forse era un problema, ma per ora si godeva questa parentesi di apatia.
Pensò a sua madre, erano diverse settimane che non la sentiva, da quando aveva scoperto il fatto. Forse avrebbe dovuto chiamarla, per rassicurarla che tutto procedeva tranquillamente. Prese il cellulare dalla borsa, compose il numero, ma poi lo gettò sul sedile del passeggero senza avviare la chiamata.
Al semaforo successivo accese una sigaretta, abbassò di poco il finestrino e tirò un paio di boccate lunghe e intense, cercando di trattenere il gusto dolciastro della Camel nei polmoni per il maggior tempo possibile.
Finalmente stava uscendo dal centro cittadino, il traffico cominciava a sfoltirsi e il tragitto verso casa diventava sempre più confortevole. Il sole cominciava a tagliare il proprio profilo dietro i monti, acquistando le tonalità del tramonto, e trasferendole a tutta la natura circostante.

Sono queste le cose per cui vale la pena vivere, pensò.

Arrivò di fronte alla propria abitazione, parcheggiò la macchina e spense il motore. Si guardò nello specchietto per un attimo, prima di scendere: la frangia era ordinata, il trucco perfetto, come al solito. Era sempre stata una bella ragazza, e ora era una bella donna. Sofisticata ma semplice, sapeva fingere un sorriso al momento giusto, sapeva trattare con gli uomini. E il nuovo colore dei capelli la ringiovaniva di diversi anni.
Scese dall'auto, prese la valigetta sul sedile posteriore, chiuse la portiera, inserì l'antifurto satellitare. Camminò sul vialetto che conduceva alla porta della piccola villetta monofamiliare in cui viveva, cercando di assaporare il profumo dei fiori che cominciavano a sbocciare sugli alberi e sugli arbusti. Giulia, la figlia dei vicini di casa, era seduta sul praticello di fronte alle abitazioni: giocava con un cavallino di legno e una macchinina rossa. Strana accoppiata, pensò, sorridendole e salutandola con la mano. La bimba rispose con uno sguardo innocente. Pensò che le sarebbe piaciuto avere dei figli, un giorno.
Infilò la chiave nella serratura, aprì la porta, entrò.
Tutto era in ordine, come aveva lasciato quella mattina, prima di uscire. Appoggiò la valigetta sulla poltrona, accese la televisione, senza audio, e andò in camera da letto, dopo aver premuto il tasto "delete" della segreteria telefonica.
Sapeva che c'erano dei messaggi per lui, e non voleva ascoltarli.
Si spogliò ripiegando con cura i vestiti, ripose con delicatezza il reggiseno e le mutandine nel sacco della biancheria sporca, e si infilò nella doccia.
Appoggiò la testa contro il muro, a occhi chiusi, mentre l'acqua calda l'accarezzava come nessun uomo era mai riuscito a fare. Rimase immobile per circa una ventina di minuti, poi uscì dalla doccia, si infilò l'accappatoio bianco e un asciugamano a turbande intorno ai capelli bagnati.
Andò in cucina, prese nel frigo alcuni sacchetti argentati, nella dispensa il pacco del pane confezionato e preparò due panini. Riempì un bicchiere di latte per trequarti, e poi ripose in frigo gli avanzi. Sistemò tutto sul vassoio, e si recò verso lo studio.
Aprì la porta della stanza nella quale aveva rinchiuso suo marito dieci giorni prima, ed entrò.
Lui era ancora legato alla sedia, completamente nudo, come lo aveva lasciato.
Era un po' preoccupata, perchè negli ultimi giorni aveva perso i sensi diverse volte, si era indebolito troppo. Non voleva che morisse, non ancora. Alcune chiazze di sangue macchiavano il pavimento, al di fuori del telo di nylon che aveva deposto con cura sotto la sedia: un tremito di rabbia le percorse la schiena, per poi rientrare immediatamente.
Era sveglio, e quando lei accese la luce, cercò di voltare lo sguardo per non essere accecato. Tossì, sputando alcune goccie di sangue. Non poteva parlare, dopo che lei gli aveva tagliato la lingua, il secondo giorno.
Si sedette su una sedia libera, davanti a lui, distante cinque metri circa. Non voleva sporcare di sangue l'accappatoio nuovo. Mangiò la cena fissandolo, incurante dei suoi lamenti confusi. Guardò la foto del loro matrimonio, appesa sulla parete di sinistra: lei sorrideva, abbracciandolo; lui guardava di lato. Avrebbe dovuto capire già allora.
Erano stati sposati cinque anni, prima che lei scoprisse che si vedeva con Nadia, la sua segretaria. Che banale.
Aveva pianto, all'inzio, poi però aveva capito che non ne valeva la pena. L'aveva colpito con un martello alla nuca, una sera, mentre guardava la televisione. Lui era caduto, e avevo macchiato di sangue il copridivano. L'aveva odiato per questo.
L'aveva trascinato qua, nel suo studio; l'aveva spogliato e legato alla sedia. Non gli aveva più parlato, da allora. Lui aveva urlato, all'inzio. Poi aveva cercato di convincerla a liberarlo, fingendo di non capire perchè si trovava in quella sconveniente situazione. Poi aveva ammesso e chiesto scusa, e finalmente lei aveva potuto, senza dire nulla, tagliargli la lingua con le forbici trinciapollo. Da allora erano passati otto giorni, durante i quali aveva martoriato il suo corpo con minuzia, ma nutrendolo quel tanto che bastava, amorevolmente.
Qualcuno suonò il campanello, improvvisamente. Posò il vassoio sul pavimento, scrollò le briciole dall'accappatoio, sorrise a suo marito che la guardava con gli occhi svuotati di ogni traccia di vita, spense la luce e andò verso la porta.

"Nadia, scusa se non mi sono fatto sentire per diversi giorni, ma ho avuto un problema con mia moglie. Finalmente è fuori città per qualche giorno, vorrei che tu venissi da me, questa sera, sarà fantastico"

Questo era l'sms che si era decisa a mandare alla segretaria di suo marito, quella mattina, con il cellulare di lui, dopo qualche giorno di titubanza.
Andò verso la porta, fischiettando un motivetto che aveva in testa, buttò un occhio allo schermo della televisione, che trasmetteva il notiziario serale.
Aprì il cassetto della credenza vicino all'ingresso, estraendo il martello con la mano sinistra, e nascondendolo dietro la schiena. Poi aprì la porta, con un largo e sincero sorriso.

Si erano incontrate solo una volta, in passato, alla cena di Natale di tre anni prima, chissà se si sarebbe ricordata di lei. Era curiosa.

"Ciao, Nadia", disse, con entusiasmo, stringendo con una forza quasi isterica le dita della mano sul manico di legno.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

o_O ...oddio...!!!

Anonimo ha detto...

forte,deciso...maniacale...

ne abbiamo anche parlato oggi...

molto bello...


Gala

Anonimo ha detto...

Molto ben narrata la serena follia che aleggia dentro ognuno di noi. Noia, pulsione omicida o semplice gelosia?

Vedo tutte e tre ben mescolate; e bravo il mio Cicoxter...

Anonimo ha detto...

...ho la pelle d'oca...grande cico...ciri

Anonimo ha detto...

sti cazzi!

raff

Anonimo ha detto...

Onore allo zio dome!!! Sonny

Frasita ha detto...

Ciò che più mi fa rabbrividire è il fatto che potrebbe trattarsi di chiunque...
la follia umana...

Sara ha detto...

hai una capacità descrittiva non comune. scorrevole e minuziosa.
E' un piacere leggerti.

Anonimo ha detto...

dio mio,
è stato fantastico arrivare all'ultima riga.
ora vorrei conoscere il seguito.
sei molto molto bravissimo!
complimenti davvero.
:)

Anonimo ha detto...

Creativo, imprevedibile, completamente umano, intrigante, forte e difficile da decidere da quale parte stare.
Non ti faccio altri complimenti perché non voglio che tu pensi di aver già espresso tutta la tua potenzialità dialetica.
Preferisco dirti che dovresti scrivere ma non limitarti al blog, penso che tu abbia gli elementi per portare oltre l'web i tuoi racconti.